La Corte europea dei diritti dell’uomo ha aperto un fascicolo nei confronti dell’Italia sul caso Almasri. Con cui chiede al governo di spiegare perché non sia stato eseguito il mandato di arresto internazionale nei confronti dell’ex capo della polizia giudiziaria libica accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità. Una donna ivoriana e un uomo sudanese, che affermano di essere stati torturati dall’uomo, si sono rivolti alla Cedu affermando che, così facendo, l’Italia ha violato i loro diritti.
Mancato arresto di Almasri. La Corte Ue chiede conto al governo
La Cedu, dopo un esame preliminare dei ricorsi, li ha comunicati al Governo con una serie di domande, per comprendere se i casi siano ammissibili ed eventualmente decidere se l’Italia ha violato i loro diritti. Non si tratta ancora di una condanna. Ma è il primo step con cui la Corte europea ritiene necessario chiedere conto allo Stato italiano di quanto accaduto nel gennaio del 2025, quando Almasri fu arrestato a Torino in esecuzione del mandato emesso dall’Aja e rimpatriato in Libia appena quarantotto ore dopo.
Procedura prioritaria
La Corte europea dei diritti dell’uomo evidenzia di aver deciso di trattare entrambi i casi con procedura prioritaria e sottopone a Roma una serie di quesiti per ricostruire nel modo più completo possibile il quadro giuridico delle vicende. Il governo ha tempo fino al 18 settembre per rispondere, salvo eventuali proroghe. Tra i punti centrali, i giudici di Strasburgo chiedono al governo se ritenga che l’Italia esercitasse una forma di giurisdizione tale da poter essere chiamata a rispondere delle presunte violazioni denunciate dai due ricorrenti. La Corte domanda inoltre se, alla luce della natura dei diritti coinvolti – tra cui il diritto alla vita e il divieto di tortura – l’Italia fosse tenuta a cooperare con la Corte penale internazionale nell’esecuzione del mandato d’arresto emesso nei confronti di Almasri e, in caso affermativo, se tale obbligo sia stato disatteso.
Le richieste
La Cedu dedica poi una parte delle sue domande alla ricevibilità dei ricorsi. Tra gli aspetti da chiarire vi è anche la possibile sovrapposizione con il procedimento già aperto davanti alla Corte penale internazionale. Strasburgo chiede infatti alle parti di precisare se la questione sollevata sia “sostanzialmente identica” a quella già sottoposta ai giudici della Cpi. Sulla base delle osservazioni che il governo è chiamato a presentare, la Corte deciderà anzitutto se i ricorsi possano essere dichiarati ammissibili. Solo in un secondo momento, qualora superino questo primo vaglio, entrerà nel merito della vicenda per stabilire se l’Italia abbia o meno violato i diritti invocati dai due ricorrenti.
Dietro i ricorsi
Dietro i ricorsi emergono due vite, custodite dall’anonimato, che attraversano alcuni dei luoghi più bui e violenti della Libia degli ultimi anni. La prima ricorrente è una donna ivoriana. La sua storia comincia con ferite che risalgono già all’infanzia, sottoposta già a quattro anni a mutilazioni genitali. Poi gli abusi sessuali del padre adottivo. Ancora minorenne decide di fuggire, ritrovandosi però ad affrontare un nuovo calvario nel carcere di Mitiga. Lì racconta di aver subito torture, violenze sessuali e maltrattamenti, indicando tra i suoi aguzzini anche Almasri, all’epoca direttore del centro di detenzione e comandante della polizia paramilitare libica.
Nel ricorso a Strasburgo, la donna sostiene che il mancato arresto di Almasri e il successivo stop della Camera all’azione nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano abbiano negato un accesso effettivo alla giustizia. Il secondo ricorrente è un cittadino sudanese arrivato in Libia nel 2018. Racconta di essere stato rinchiuso nel centro di Al-Jadida, allora sotto il controllo di Almasri, dove avrebbe subito torture e maltrattamenti. Due anni dopo sarebbe stato trasferito con la forza a Mitiga per essere impiegato in uno dei gruppi armati legati all’ex capo della polizia libica. Qui afferma di essere stato costretto ai lavori forzati, di aver subito violenze e di aver assistito a torture e uccisioni di altri detenuti. Nel ricorso a Strasburgo sostiene che la mancata esecuzione del mandato d’arresto emesso dalla Cpi gli abbia sottratto la possibilità di giustizia.