Liste d’attesa in Sanità: qualche miglioramento ma i troppi codici “non urgenti” fanno sballare le statistiche. E nel report mancano le “agende chiuse”

Per Cittadinanzattiva mancano le informazioni sui pazienti che rinunciano a curarsi perché non trovano posto nemmeno in lista d'attesa

Liste d’attesa in Sanità: qualche miglioramento ma i troppi codici “non urgenti” fanno sballare le statistiche. E nel report mancano le “agende chiuse”

Le liste d’attesa migliorano. O almeno così dicono i numeri della nuova Piattaforma nazionale di monitoraggio gestita da Agenas, che ha analizzato 65 milioni di prenotazioni tra pubblico e privato accreditato nel primo quadrimestre del 2026. Un sistema atteso da 47 anni.

Il risultato? Le visite specialistiche effettuate entro i tempi previsti passano dal 76,1% del 2025 al 78,7%. Gli esami diagnostici — Tac, risonanze, ecografie — salgono dall’83% all’84,7%. Sedici Regioni su 21 registrano risultati positivi per le visite specialistiche, 15 per gli esami diagnostici. Tra le più virtuose ci sono Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Lazio e Liguria. Ma basta scavare appena sotto la superficie dei dati per capire che il quadro è assai meno rassicurante.

tutto bene? No. Perché ci sono regioni che continuano a arrancare. Abruzzo, Sicilia, Valle d’Aosta e Provincia autonoma di Trento mostrano segnali negativi sia sulle visite sia sugli esami. E soprattutto perché il problema non è soltanto quanto si aspetta, ma anche come vengono costruite le liste d’attesa.

Queri codici “P” di priorità che “variano” le statistiche

Agenas segnala infatti forti criticità nei criteri di assegnazione delle priorità. In sei regioni del Centro-Sud — Basilicata, Campania, Molise, Calabria, Lazio e Puglia — viene attribuito troppo spesso il codice “P”, quello meno urgente, che consente di fissare la prestazione entro 120 giorni.

In Basilicata riguarda addirittura l’85% delle prescrizioni, in Campania oltre l’80%. In Toscana e Piemonte, invece, si scende sotto il 10%. Tradotto: in alcune regioni si rischia di classificare come “non urgenti” visite che forse urgenti lo sarebbero eccome. Un modo che alleggerisce statisticamente le liste, ma può allungare concretamente i tempi per i pazienti.

E mancano le “agende chiuse”

E poi ci sono le grandi assenti della piattaforma: le “agende chiuse”. Ovvero quelle prenotazioni impossibili da fissare perché il Cup semplicemente non apre le disponibilità. Un fenomeno che i cittadini conoscono benissimo ma che nei numeri ufficiali quasi scompare. A denunciarlo è Cittadinanzattiva, secondo cui il nuovo sistema rappresenta certamente “un passo avanti in termini di trasparenza”, ma resta ancora incompleto. Mancano i dati sulle singole Asl, mancano informazioni sui pazienti che rinunciano perché non trovano posto, mancano soprattutto dati sui percorsi alternativi di garanzia e sul ricorso crescente al privato.

Per Anna Lisa Mandorino, segretaria generale dell’associazione, senza queste informazioni si rischia di fotografare solo una parte della realtà. Perché il vero problema non è soltanto chi aspetta troppo, ma anche chi smette direttamente di prenotare.

E infatti il sospetto è che una parte del miglioramento statistico sia figlia di un fenomeno molto semplice: chi può paga e va dal privato, chi non può rinuncia o aspetta.

Così le percentuali migliorano, i grafici salgono, le piattaforme diventano più moderne. Ma per milioni di italiani ottenere una visita specialistica continua a somigliare più a una lotteria territoriale che a un diritto garantito dal Servizio sanitario nazionale.