L’11 giugno 2026 il Financial Times ha raccontato, citando cinque alti funzionari, che Francia e Germania discutono proposte per togliere poteri a Kaja Kallas, capa della diplomazia europea, e per smontare il Servizio europeo per l’azione esterna, il Seae, la macchina diplomatica che lei dirige. Uno dei funzionari lo dice con la franchezza che a Bruxelles ci si concede solo in anonimato: “è disfunzionale”, “il problema è strutturale e quindi la struttura va ricostruita”.
Il problema, giurano, è la struttura. Comodo, perché la struttura ha il pregio di sbagliare senza avere un nome e un cognome.
Un servizio da un miliardo l’anno
Il Seae è nato nel 2010 come ministero degli Esteri dell’Unione: costa circa 1 miliardo di euro l’anno e governa una rete di oltre 140 delegazioni nel mondo. La proposta francese raccontata dal quotidiano britannico limiterebbe l’autonomia dell’Alta rappresentante e sposterebbe le decisioni verso le capitali e la Commissione europea. “Le capitali sono irritate”, confida un altro funzionario, e “c’è il rischio reale che il Seae venga fatto a pezzi”.
Solo che lo stesso giorno Reuters ha letto lo stesso documento francese e ci ha trovato tre opzioni: tutta la politica estera alla Commissione, le funzioni del servizio al Consiglio, oppure addirittura un rafforzamento di Kallas come “prima vicepresidente esecutiva”. Un foglio, due titoli opposti, e in mezzo la guerra di spin fra gli uffici di Bruxelles. Perché ogni potere sottratto al Seae finirebbe proprio lì dove preme da anni Ursula von der Leyen, la presidente che si è autoassegnata una “commissione geopolitica”, qualsiasi cosa significhi, e che ha voluto il primo commissario europeo alla Difesa. C’è perfino chi, fra i diplomatici sentiti da Reuters, allarga le braccia: il vero ostacolo è l’unanimità richiesta ai Ventisette su ogni dossier di politica estera, e quella resta identica con qualsiasi organigramma.
Il metodo dell’organigramma
Kallas è in carica dal 1° dicembre 2024, con un mandato di cinque anni. Prima ha guidato l’Estonia dal 2021 al 2024, e da lì arriva la sua fama di falco sul fronte russo. In diciotto mesi a Bruxelles ha attraversato le guerre in Ucraina e in Iran e l’America di Donald Trump, e ha collezionato l’irritazione delle capitali per le uscite in solitaria, sulla Cina e altrove, su posizioni mai concordate con i Ventisette, scrive sempre il Financial Times. Eppure in tutta la discussione manca la frase più semplice, quella che qualsiasi consiglio di amministrazione pronuncerebbe dopo una stagione così: la persona scelta è inadeguata al ruolo. A Bruxelles l’inadeguatezza diventa “problema strutturale”, così l’errore di selezione evapora e i responsabili della nomina, sempre loro, i governi che il 27 giugno 2024 si spartirono i vertici dell’Unione, escono di scena puliti. Si ridisegnano le scatole e si lasciano intatte le persone.
Kallas, dal canto suo, fa sapere tramite la portavoce di essere “pienamente concentrata sul suo mandato” e in una mail allo staff, vista da Reuters, ha ricordato che i ruoli delle istituzioni sono “chiaramente definiti” nei trattati. Tradotto: per toccarla bisogna riscrivere le regole, ed è esattamente il piano. La sostituzione, l’unica mossa che un consiglio di amministrazione qualsiasi valuterebbe, resta fuori da ogni proposta circolata finora: il mandato corre fino al 2029 e i trattati, appunto, blindano il ruolo. Smontare l’ufficio attorno alla funzionaria costa meno che ammettere di averla scelta male, e così l’Unione si prepara a rifare i muri lasciando l’inquilina al suo posto. Il Seae uscirà ricostruito, ridotto o spolpato, e il metodo che lo ha riempito resterà identico. È il metodo, del resto, a essere disfunzionale.