Era passata una manciata di ore dopo il solstizio quando il Consiglio dei ministri ha certificato che il caldo è un’emergenza. L’ha fatto reintroducendo, dentro il Decreto Infrastrutture e Pnrr, la cassa integrazione in deroga per le aziende costrette a sospendere o ridurre l’attività quando le temperature diventano insostenibili. Una misura che torna ogni estate, sempre uguale, sempre all’ultimo momento.
Nel weekend del solstizio il Ministero della Salute aveva segnato col bollino rosso otto città insieme, da Bologna a Milano a Torino, con notti tropicali e minime che in Pianura Padana non scendono sotto i 25 gradi. L’anticiclone africano si è piazzato sull’Italia e i meteorologi parlano di una configurazione di blocco, destinata a durare.
I numeri dicono perché la cosa conti. Nell’estate 2024 l’Italia ha avuto oltre 19mila morti legati al caldo, prima in Europa per il terzo anno di fila, su un totale continentale di 62.775 decessi stimati: lo certifica uno studio dell’Istituto di Barcellona per la salute globale pubblicato su Nature Medicine. L’anno dopo, tra fine giugno e inizio luglio 2025, Milano ha contato 499 morti in dieci giorni di canicola, 317 dei quali attribuiti dai ricercatori dell’Imperial College e di World Weather Attribution direttamente al riscaldamento di origine umana. I più esposti restano gli stessi: quasi nove vittime su dieci, in quella stima, avevano più di 65 anni.
Un piano che non ha mai avuto i soldi
Il governo, intanto, tratta la questione come un guasto stagionale da tamponare. Antonio Di Franco, segretario della Fillea Cgil, il sindacato degli edili, parla di interventi «in rincorsa e in maniera disarticolata» e chiede una legge organica al posto delle ordinanze a singhiozzo. Il decreto di giugno fa esattamente questo: rincorre, a danno spesso già fatto. Per il segretario i cantieri ad alto rischio andrebbero fermati, senza scaricare sulle imprese le penali per i ritardi sul Pnrr.
Eppure un piano esiste già. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, il Pnacc, è stato approvato col decreto n. 434 del 21 dicembre 2023, dopo sei anni di gestazione. Dentro ci sono 361 misure su acqua, foreste, città, salute. Manca una cosa sola: i soldi. Il piano non ha risorse proprie e nessuna legge di bilancio le ha stanziate. L’Osservatorio nazionale che doveva guidarlo, da istituire entro tre mesi, è arrivato con largo ritardo.
«Non bastano misure emergenziali», ripete Mariateresa Imparato, di Legambiente, che da Napoli ha rilanciato la campagna contro la cooling poverty, la povertà di fresco che colpisce le periferie. A San Pietro a Patierno l’11 giugno i rilevatori hanno toccato i 63,9 gradi di temperatura al suolo. Il caldo sceglie: pesa di più dove mancano alberi, ombra e case isolate.
Le città corrono, ma in ordine sparso
Sui comuni il quadro è a macchia di leopardo. Bologna, prima in Italia a mappare i rifugi climatici, nel 2026 ha portato la rete a 24 spazi ufficiali. Milano ha il suo Piano Aria Clima, Firenze ha attrezzato decine tra biblioteche, cascine e parchi. Roma annuncia un piano caldo per luglio e una lista ufficiale dei rifugi ancora non ce l’ha. Solo che, come misura il Cnr, dove le ordinanze regionali anticipano il rischio gli infortuni sul lavoro calano tra il 20 e il 40 per cento. Nel 2026, prima ancora dell’estate astronomica, le ordinanze sul lavoro nelle ore roventi le hanno firmate 16 regioni.
Il Cnr ha registrato per il giugno 2025 un’anomalia di 3,02 gradi sopra la media 1991-2020, il secondo giugno più caldo mai rilevato in Italia. Le estati ormai bruciano prima, e durano. Di fronte a questo il governo certifica l’emergenza il giorno dopo il solstizio e rifinanzia una cassa integrazione che interviene quando il lavoratore si è già fermato. Il piano per prevenire tutto questo è pronto da due anni e mezzo, novecento pagine. Aspetta solo che qualcuno lo paghi.