Trump si dice certo della vittoria sull’Iran, ma la guerra gli è sfuggita di mano. E scoppia la lite tra Usa e Israele: “Netanyahu vuole sabotare i negoziati di pace”

Trump si dice certo della vittoria sull’Iran, ma la guerra gli è sfuggita di mano. E scoppia la lite tra Usa e Israele

Trump si dice certo della vittoria sull’Iran, ma la guerra gli è sfuggita di mano. E scoppia la lite tra Usa e Israele: “Netanyahu vuole sabotare i negoziati di pace”

La guerra contro l’Iran è vinta, anzi no. Ormai abbiamo capito che Donald Trump scambia spesso le sue ottimistiche aspettative con la realtà dei fatti, salvo poi essere costretto da quest’ultima a esibirsi in surreali giravolte. Così, dopo la ripresa delle ostilità contro i Pasdaran, iniziata l’8 luglio, la narrazione del tycoon è cambiata al punto che oggi ha assicurato che “l’Iran sarà sconfitto molto presto”.

Poco importa se fino a ieri, e per mesi, ha ripetuto l’esatto opposto, ossia che l’esercito di Teheran fosse stato distrutto, con gli ayatollah che lo “supplicano”, come lui stesso ha affermato, di trattare la pace. Sempre Trump, probabilmente per indorare la pillola all’opinione pubblica, ha raccontato anche la favola secondo cui “una volta finita la guerra, l’economia americana avrà un boom. Ma anche adesso stiamo facendo molto bene”. Affermazioni sulle quali è lecito nutrire più di un dubbio, perché tutti i dati lo smentiscono e anche le previsioni sul dopoguerra sono negative, con i mercati convinti che non si tornerà più alla situazione precedente al conflitto nello Stretto.

Trump verso l’escalation finale

La realtà racconta invece che i Pasdaran intendono mantenere il controllo sul piccolo lembo di mare, senza rinunciare ad applicare pedaggi alle navi in transito. Una prospettiva che, se non verrà ripristinata la libera navigazione, produrrà inevitabilmente pesanti ripercussioni sull’economia globale. Lo sa bene il presidente degli Stati Uniti che, secondo il Wall Street Journal, starebbe valutando un’ulteriore escalation, intensificando i raid aerei, individuando nuovi obiettivi e preparando piani per colpire il complesso di ricerca nucleare situato sotto il Monte del Piccone.

La novità è che, mentre l’operazione di terra resta l’ultima opzione, Trump starebbe ragionando anche sul possibile impiego di truppe per assumere il controllo dell’isola di Kharg, principale hub petrolifero iraniano, e di altre isole nello Stretto di Hormuz. Al momento, sempre secondo il quotidiano, il tycoon non avrebbe ancora deciso come procedere perché vorrebbe concedere un’ultima possibilità alle trattative diplomatiche che, però, lui stesso sta rendendo pressoché impossibili.

La barbarie continua

Nel frattempo sull’Iran continuano a piovere bombe. I raid hanno colpito anche alcune aree vicine a un centro di cura oncologica pediatrica nella città di Ahvaz. Secondo il funzionario del ministero della Salute iraniano, Hossein Kermanpour, gli attacchi hanno costretto “alcuni pazienti e i loro accompagnatori a fuggire”, lasciando nella struttura “solo i pazienti più gravi”.

L’episodio ha fatto infuriare il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, secondo cui “questo barbaro attacco, che ricorda le atrocità commesse da Israele contro le strutture sanitarie, ha causato gravi sofferenze e angoscia ai bambini ricoverati e ha costretto all’evacuazione d’emergenza di 211 pazienti sottoposti a chemioterapia”. Per Baghaei “si tratta di un vile crimine di guerra”. Un’accusa che il Pentagono non conferma, limitandosi a dichiarare di aver colpito “centri di comando iraniani, siti di difesa aerea, missilistici e di droni”. Ai bombardamenti hanno risposto i Pasdaran, sostenendo di aver colpito basi statunitensi in Bahrein, Giordania e Kuwait. Una risposta che, secondo il portavoce dell’esercito di Teheran, Mohammad Akraminia, “si estenderà a nuove aree”, in particolare al Mar Rosso con l’aiuto degli Houthi, se gli Usa non si fermeranno.

La crociata di Bibi rompe il fronte con gli Usa

A complicare ulteriormente la crisi mediorientale c’è anche Benjamin Netanyahu, che non intende fermare le operazioni a Gaza e in Libano, dove, malgrado la tregua, continuano quotidianamente i combattimenti. A confermare questa strategia è stato il ministro della Difesa, Israel Katz, che durante un colloquio telefonico con il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha respinto l’invito di Washington a ritirare le truppe da tutti i fronti.

“Non abbiamo mai chiesto agli Stati Uniti di agire al nostro posto lungo i nostri confini. Siamo impegnati a proteggere i cittadini di Israele da ogni minaccia ed è quello che intendiamo fare”, ha dichiarato Katz. Parole che hanno provocato forti malumori a Washington, tanto che il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, ha usato toni durissimi contro Israele, accusando lo Stato ebraico di finanziare campagne volte a sabotare i negoziati statunitensi con l’Iran: “Avete visto questa campagna molto discreta, ma estremamente ben finanziata, volta a far deragliare i negoziati e a far fallire l’accordo”.