Trump valuta l’invio di soldati sul campo: tra Stati Uniti e Iran il rischio è di un’escalation incontrollata

Trump valuta l'invio di soldati sul campo: tra Stati Uniti e Iran il rischio è di un'escalation incontrollata

Trump valuta l’invio di soldati sul campo: tra Stati Uniti e Iran il rischio è di un’escalation incontrollata

Con il cessate il fuoco tra Washington e Teheran ormai morto e sepolto, i bombardamenti americani voluti da Donald Trump si avviano verso un’ulteriore intensificazione nel tentativo di costringere la Repubblica Islamica a capitolare. Soltanto ieri il presidente degli Stati Uniti ha riunito il Consiglio per la sicurezza nazionale nella Situation Room della Casa Bianca per valutare tutte le opzioni militari a sua disposizione contro il regime iraniano guidato da Mojtaba Khamenei.

Una riunione ad alta tensione durante la quale, secondo quanto riportano i media americani, Trump avrebbe discusso anche dell’eventualità di un’operazione terrestre, che appare ancora improbabile ma non è più considerata un tabù. A rivelarlo è stato lo stesso tycoon nel corso di un’intervista a Fox News, nella quale, rispondendo a una domanda sul possibile invio di soldati in Iran, ha tagliato corto: “Non direi di no se la ritenessi appropriata. A volte è necessaria una campagna di terra, ma abbiamo altre persone che la farebbero per noi”.

Insomma, è evidente che sul tema il dibattito è aperto e che tra le opzioni al vaglio, oltre all’impiego diretto di soldati statunitensi, vi è anche l’ipotesi di armare le fazioni ostili al regime, in particolare i curdi.

Trump avverte Khamenei: “Negoziate subito o non vi resterà più nulla”

Trump ha inoltre confermato, come ripete ormai da giorni, di aver chiesto al Pentagono di monitorare il sito sotterraneo di Kuh-e Kolang Gaz La, all’interno del quale l’intelligence statunitense ritiene prosegua lo sviluppo del programma nucleare iraniano, così da predisporre eventuali piani d’attacco capaci di distruggere l’intero complesso.

Il problema è che la struttura, di dimensioni imponenti, si trova sotto centinaia di metri di granito e, secondo quanto riporta il New York Times, sarebbe di fatto “invulnerabile” perfino alle bombe “bunker buster”. Si tratta di ordigni in dotazione alle forze armate statunitensi, progettati per penetrare in profondità e già impiegati lo scorso giugno contro gli impianti nucleari sotterranei di Fordow, Natanz ed Esfahan.

Al momento, l’unica certezza è che i negoziati tra Washington e Teheran sono in completo stallo, con un’impasse che sembra destinata a protrarsi. Nella stessa intervista Trump ha ribadito che i raid proseguiranno nei prossimi giorni e saranno intensificati sia nel numero sia nella potenza. “Gli attacchi contro l’Iran continueranno finché io non dirò basta. Il regime islamico è come un grande pugile. Pensi di averlo battuto e poi, all’improvviso, si riprende e ti sferra un colpo. Hanno ancora un po’ di grinta, ma non molta”, ha affermato il presidente degli Stati Uniti.

Botta e risposta tra Usa e Iran

Il problema, almeno per il momento, è che bombe e minacce non sembrano sortire alcun effetto. Anzi, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha scritto su X che i nuovi attacchi statunitensi “hanno ulteriormente rafforzato la determinazione del popolo iraniano a ottenere giustizia e a chiamare i responsabili a risponderne”. Secondo Teheran, infatti, i recenti bombardamenti non fanno che allungare “di giorno in giorno la lista dei crimini di Washington contro l’Iran”, ribadendo l’intenzione di “punire” chi li commette.

Parole che hanno provocato l’immediata reazione del presidente americano, il quale ha sostenuto che gli Stati Uniti stanno “facendo molta attenzione alla popolazione civile”, aggiungendo però che Teheran farebbe “meglio a concludere un accordo, altrimenti non rimarrà più niente”. Quindi, lanciando quello che appare come un ultimatum, ha dichiarato: “A meno che non si siedano subito al tavolo dei negoziati, la prossima settimana toccherà alle centrali elettriche e ai ponti”.

In attesa di capire come evolverà la situazione, l’unica certezza è che i raid americani sono proseguiti per tutta la giornata di ieri, causando un numero ancora incerto di vittime e feriti e arrivando a colpire anche nei pressi di alcune centrali nucleari iraniane. Attacchi ai quali hanno risposto i Pasdaran, colpendo basi americane nel Golfo e causando, secondo quanto sostengono, ma senza conferma da parte del Pentagono, la morte di sette soldati statunitensi.

La politica americana va in frantumi

Quel che è certo è che questa guerra, che sembra essere completamente sfuggita al controllo di Trump, sta spaccando in due la politica americana. I senatori del Partito Democratico, infatti, hanno bloccato un disegno di legge sulla politica di difesa degli Stati Uniti da 1.150 miliardi di dollari l’anno, facendo mancare il quorum di 60 voti.

A spiegare le ragioni della decisione è stato il senatore Chuck Schumer, di New York e leader dei democratici al Senato, secondo cui “Trump ha iniziato questa guerra senza autorizzazione, senza una strategia e senza una via d’uscita” e ora ne starebbe pagando le conseguenze politiche.