Fino a pochi anni fa esisteva un confine sottile e inquietante tra l’immaturità adolescenziale e la spettacolarizzazione deliberata del crimine. Oggi quel confine si è spezzato. L’aumento di episodi di violenza che hanno come protagonisti i minori non può più essere ricondotto soltanto alla devianza giovanile o al disagio sociale: si tratta ormai di un fenomeno criminogeno, amplificato e sostenuto dall’ambiente digitale. Non si osserva più soltanto l’aggressione fisica, il bullismo di quartiere o la rissa al termine delle lezioni. La violenza, oggi, nasce, si sviluppa ed esiste in funzione di uno spettacolo. Si colpisce un coetaneo non soltanto per dominarlo, ma per riprenderlo e diffonderlo in rete. Si umilia una vittima trasformando la sua sofferenza in un contenuto condivisibile, misurando il “successo” dell’azione non con la dominanza reale, bensì con like, visualizzazioni e condivisioni. In questo passaggio, la violenza diventa spettacolo. Il cambio di paradigma produce conseguenze particolarmente gravi. La prima è una desensibilizzazione progressiva e profonda. Quando la brutalità attraversa il filtro dello smartphone, perde il proprio peso: il dolore altrui si riduce a finzione, la paura della vittima si converte in un meme, il sangue diventa un dettaglio visivo consumabile in pochi secondi di scrolling. Il gruppo dei pari, un tempo freno o semplice spettatore, si trasforma in una platea attiva: incita, registra, rilancia e diffonde, anestetizzata dalla mediazione digitale.
La seconda conseguenza è l’effetto emulativo. La rete tende ad azzerare il senso di responsabilità individuale: la viralità promette una forma di celebrità immediata, alimenta l’illusione di potere e visibilità e cattura menti ancora in fase di formazione. In questo contesto, l’algoritmo non valuta la moralità dell’atto, ma premia la capacità di generare attenzione. Ne deriva che la ricerca spasmodica di affermazione — storicamente motore dell’adolescenza — trova nell’esibizione della violenza la scorciatoia più rapida e spietata. Attribuire la responsabilità alla tecnologia “in quanto tale” sarebbe un alibi fin troppo comodo. Smartphone e social network funzionano, infatti, come amplificatori di un vuoto educativo ed emotivo già presente. La vera emergenza consiste nell’incapacità, da parte delle agenzie educative tradizionali — famiglia e scuola, in primo luogo — di intercettare i linguaggi e gli spazi virtuali in cui i giovani trascorrono parte crescente del proprio tempo. Oggi ci troviamo dinanzi a generazioni iper-connesse sul piano tecnico, ma drammaticamente carenti sul piano dell’empatia e della gestione delle emozioni. Per affrontare il fenomeno è necessario un cambio di passo radicale. Occorrono regole più stringenti che rafforzino la responsabilizzazione delle piattaforme e controlli più severi sull’accesso dei minori a determinate aree della rete. Repressione e censura, da sole, non saranno sufficienti. È indispensabile ripartire dall’educazione — sessuale e digitale — insegnando ai ragazzi che dietro ogni schermo c’è una persona reale e che la violenza, anche quando viene pensata come “video virale”, lascia ferite concrete che il tasto “delete” non potrà mai cancellare .
Vincenzo Musacchio, Professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (Usa)