L'Editoriale

Fisco per fiaschi

In un sistema già caratterizzato da storture evidenti, le riforme di Meloni & C. accrescono le sperequazioni. Per la serie, Fisco per fiaschi

Fisco per fiaschi

Mentre Giorgia Meloni sfilava a favore di telecamere alla Milano Fashion Week, a rappresentare l’Italia all’Assemblea generale dell’Onu è andato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, quello che presenziava tra gli autocrati del Board of peace di Trump con il cappellino Maga in mano. Quando si dice stare sul pezzo…

Fisco per fiaschi

Certo, a giudicare dai sondaggi tutt’altro che confortanti per la premier, la stragrande maggioranza degli italiani, che i grandi marchi della moda made in Italy li guarda indossare solo in passerella, sembra avere ben altre priorità. E non potrebbe essere diversamente in un Paese in cui i redditi (reali) dei dipendenti sono diminuiti, tra il 1990 e il 2024, dell’1,6% (e fino al 6,6% se si considerano anche i lavoratori part-time e i discontinui) a fronte di un incremento medio del 35% nell’area Ocse. Una dinamica di lungo periodo che non ha risparmiato neppure gli anni del governo Meloni. Che nel frattempo, dopo quattro anni di austerity e nonostante una pressione fiscale arrivata alla soglia record del 42,9% (il dato più alto mai registrato dal 2014), ha fallito pure l’obiettivo di riportare entro la soglia del 3% il rapporto Deficit-Pil per uscire dalla procedura di infrazione Ue.

Se questo è il quadro generale, non stupisce il calo di fiducia verso l’esecutivo più longevo della storia repubblicana, precipitata, secondo l’ultimo rilevamento YouTrend per SkyTg24, al 33%. Ad interrompere la lunga luna di miele, che sembra ormai volta al termine, tra Meloni e gli italiani, ha pesato non poco la folle politica di riarmo – per ora messa in discussione dal mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio – sposata dal governo e dal resto dell’Ue mentre il Paese è alle prese con il caro-carburanti, il carrello della spesa fuori controllo e le liste d’attesa in Sanità che hanno spinto 5,9 milioni di cittadini a rinunciare perfino alle cure.

E la nuova Manovra per 2027 non promette niente di buono. Dopo anni di lacrime e sangue, l’effetto del taglio del cuneo fiscale degli anni passati si è risolto in un placebo, annullato dalla spinta dell’inflazione. La nuova ricetta è l’ennesima promessa di una riduzione delle imposte. Che finora si è risolta più che altro in una sorta di gioco delle tre carte: la riduzione da quattro a tre degli scaglioni fiscali, con quella mediana del 33% estesa ai redditi fino a 50mila euro che con la prossima legge di bilancio si vorrebbero portare a 60mila euro. Ma cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: se il 50% dei contribuenti, secondo l’ultimo Report di Itinerari previdenziali (sulle dichiarazioni dei redditi 2024) versa appena il 5% dell’Irpef incassata dall’Erario, toccherà al solito 30% di soliti noti – lavoratori dipendenti e pensionati per lo più – sobbarcarsi il 79% dell’intero gettito fiscale.

Una palese stortura del sistema, che sconfina nella discriminazione, se si considera che con l’introduzione della flat tax, le partite Iva che denunciano fino a 85mila euro di reddito l’anno (soglia che la Lega spinge per innalzare a 100mila) versano un’aliquota forfetaria del 15%, a fronte del 43% di un lavoratore dipendente che supera i 50mila. Con buona pace dell’equità fiscale e della giustizia sociale.