Boom delle spese militari europee ma a Bruxelles non basta e chiede di più

Il rapporto dell’Agenzia Ue per la difesa certifica che gli Stati membri hanno speso nel 2025 una cifra senza precedenti ma che non basta

Boom delle spese militari europee ma a Bruxelles non basta e chiede di più

Mentre famiglie e imprese europee continuano a pagare il prezzo della crisi energetica, dell’inflazione e di una crescita debole, l’unico capitolo di spesa che sembra non conoscere limiti è quello della difesa. La priorità non sono salari, welfare, sanità o sostegno ai redditi, ma nuovi armamenti e programmi militari. È la linea dell’Europa di Ursula von der Leyen, rafforzata dalle pressioni degli Stati Uniti di Donald Trump: spendere di più, più in fretta e meglio. Eppure, anche davanti a cifre record, da Bruxelles arriva sempre lo stesso messaggio: non basta.

Boom delle spese militari europee ma a Bruxelles non basta e chiede di più

Il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, redatto dall’Agenzia europea per la difesa con il contributo della Commissione, del Servizio europeo per l’azione esterna e dello Stato maggiore dell’Ue, certifica numeri senza precedenti. Nel 2025 la spesa complessiva per la difesa dei 27 Stati membri ha raggiunto i 418 miliardi di euro: il 20% in più rispetto al 2024 e il 47% in più in termini cumulati. Una corsa che porta l’Europa al 2,2% del Pil, oltre la vecchia soglia Nato del 2%. Ma per Bruxelles non basta: gli investimenti aumentano, ma non producono forze considerate abbastanza operative, sostenibili e interoperabili. La traiettoria è già tracciata.

La traiettoria

Per il 2026 il rapporto prevede una spesa militare a 454 miliardi, pari al 2,4% del Pil, con un aumento reale del 9% sul 2025. Entro il 2029 si potrebbe arrivare fino a 547 miliardi. Tutto questo mentre molti Paesi europei fanno i conti con servizi pubblici sotto pressione, famiglie impoverite, imprese schiacciate dai costi energetici e crescita asfittica. Quando si parla di sanità, scuola o lavoro, i vincoli diventano muri; quando si parla di armi, si trovano clausole, prestiti, fondi e flessibilità. Il quadro nasce dalla “Roadmap per la prontezza della difesa 2030”, il piano con cui von der Leyen punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro attraverso prestiti Safe, allentamento dei vincoli di bilancio e coinvolgimento di Bei e capitali privati. Ma lo stesso rapporto riconosce che solo una parte degli Stati ha sfruttato pienamente questi strumenti. Anche qui il punto politico non cambia: Bruxelles non frena, rilancia.

La giustificazione russa

La giustificazione resta la minaccia russa. Secondo il rapporto, davanti a un contesto di sicurezza in deterioramento e all’aggressione di Mosca, servono passi più rapidi per raggiungere la piena prontezza operativa entro il 2030. Ma c’è un dato che rende la narrazione meno lineare: nel 2025 la Russia ha investito in armi circa la metà di quanto ha speso l’Europa. Nonostante questo, agli Stati membri viene chiesto di accelerare ancora. Il problema, per l’Eda, non è solo quanto si spende, ma come. Il 68% degli investimenti resta nazionale, moltiplicando sistemi e forniture senza costruire vere economie di scala.

Quanto e come si spende

Il rapporto chiede più acquisti comuni e più integrazione su comando e controllo, rifornimento in volo, spazio e cloud militare europeo. Non basta comprare nuovi mezzi: servono munizioni, addestramento, interoperabilità, appalti rapidi e contratti lunghi. In questa cornice si inseriscono le parole del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, all’inaugurazione del nuovo sito Mbda a Pomigliano d’Arco: “Produciamo le armi non semplicemente perché vogliamo guadagnare, ma perché vogliamo avere un’autonomia di difesa”. Cirielli ha ricordato che l’Italia “ripudia la guerra” e ha rivendicato il controllo italiano sulle esportazioni, precisando che non è un merito esclusivo del centrodestra: la struttura della Farnesina “c’è stata e funzionava bene anche nei governi di sinistra”.

Resta il nodo politico. L’Europa chiede rigore quando si parla di spesa sociale e apre spazi quando si parla di difesa. I risultati sono già record, ma vengono presentati come insufficienti. Famiglie e imprese pagano ancora il conto della crisi energetica e intanto Bruxelles indica una sola direzione: più armi, più in fretta, con più soldi pubblici e privati. È questa la nuova austerità europea: severità per chi chiede welfare, flessibilità per il warfare.