La Commissione europea gela l’Italia con un secco no alla richiesta di maggiore flessibilità sull’energia per far fronte alla spinta inflazionistica che a settembre ha fatto segnare un balzo al 4,2%. “Noi la flessibilità l’abbiamo già data”, ha detto Balazs Udjvari, uno dei portavoce della Commissione. “Abbiamo esteso il campo di applicazione della clausola di salvaguardia – ha ricordato – dalla difesa anche all’energia, gli Stati membri possono deviare dal percorso della spesa netta” assegnato dalla Commissione “di uno 0,6% del Pil dal febbraio 2026 fino alla fine del 2028”.
Meloni, da Bruxelles c’è posta per te. Ursula chiude sulla flessibilità
Giorgia Meloni aveva riaperto la partita sulla flessibilità annunciando appunto l’invio – avvenuto ieri- di una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per chiedere nuovi margini “per sostenere famiglie e imprese”. L’obiettivo è portare sul tavolo del prossimo Ecofin proprio i dati sull’inflazione di cui bisognerà tenere conto “nel calcolo dei parametri europei da rispettare e del deficit consentito”.
Una richiesta a cui si è accodato il ministro dell’Economia. La richiesta di flessibilità legata all’inflazione “era ovvia. Abbiamo fatto delle riflessioni” su una questione “puramente tecnica che però diventa di sostanza, cioè il sentiero della spesa è un sentiero di spesa nominale. Noi lo stiamo rispettando, siamo tra i più bravi. Però il problema è che contiene un tasso di inflazione che è programmato all’epoca da parte della Commissione evidentemente molto inferiore rispetto a quello che si è verificato”, ha detto Giancarlo Giorgetti.
Giorgetti si accoda a Meloni
Con l’attuale tasso di inflazione “quel sentiero di spesa, posto che nel bilancio ci sono delle poste che sono indicizzate all’inflazione, diventa difficile da mantenere, ma non per noi, per tutti”. A chiedere maggiore flessibilità all’Ue si è unita anche la Grecia. L’attuale tasso di inflazione “dovrebbe essere in qualche modo considerato tra i fattori esterni. I famosi relevant factor che ci sono scritti lì dovrebbero essere in questa circostanza valutati. È un discorso che con i colleghi abbiamo fatto, mi sono scambiato delle opinioni anche con gli altri. Vediamo cosa dirà la Commissione”, ha aggiunto il numero uno di via XX Settembre. Ma la risposta è arrivata a stretto giro ed è stata una bocciatura.
La questione degli Ets
Parallela c’è anche la questione degli Ets che il governo ha posto da tempo ma di cui “in Europa si continua a non percepire l’urgenza”, ha detto Meloni. Nella battaglia per lo stop all’Ets, vale a dire il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2, introdotto dall’Unione europea come uno dei principali strumenti di politica climatica per ridurre l’impatto ambientale delle attività industriali, e considerato il baluardo del Green deal, Roma ha trovato un alleato in Praga. Misure temporanee per ridurre l’impatto dei costi del sistema Ets sui prezzi dell’energia, maggiore flessibilità nell’assegnazione delle quote e rinvio dell’entrata in vigore dell’Ets 2 per trasporti ed edifici. Sono alcune delle proposte che Italia e Repubblica Ceca avanzano per fronteggiare “l’attuale shock energetico” in un documento congiunto, ricevuto mercoledì dalla Commissione Ue in vista del vertice Ue del 15 e 16 ottobre.
Roma e Praga alleate
“L’attuale shock energetico sta esercitando una pressione senza precedenti sull’industria europea. Gli elevati costi del carbonio e prezzi eccezionali dei carburanti rischia di indebolire ulteriormente l’industria manifatturiera e accelerare la delocalizzazione della produzione e degli investimenti”, sottolineano le due capitali nel documento. Roma e Praga propongono un intervento sulla riserva di stabilità del mercato Ets “riducendo o, se necessario, sospendendo temporaneamente l’assorbimento di quote” dalla riserva o “rilasciando” in via straordinaria più quote, per contrastare l’elevata volatilità dei prezzi. Per proteggere la produzione europea, le due capitali insistono sulla revisione della metodologia per definire i benchmark, ovvero i parametri con cui si stabiliscono quante quote gratuite sono assegnate alle industrie, per “riflettere adeguatamente la produzione”.