L'Editoriale

Le balle vengono a galla

Sulle armi il governo di Giorgia Meloni ci ha raccontato almeno due balle per anni, tra peso sul bilancio e obblighi inderogabili.

Le balle vengono a galla

Sulle armi il governo di Giorgia Meloni ci ha raccontato almeno due balle per anni. La prima balla: le armi stanno in un conto a parte e non pesano sul resto del bilancio. La seconda: le cifre sono obblighi intoccabili, impegni presi che nessuno può rimettere in discussione. Giovedì sera a Palazzo Chigi sono crollate tutte e due nella stessa riunione, una dopo l’altra.

Al vertice è arrivato Matteo Salvini e la richiesta di flessibilità all’Europa è scesa da 36 a 28 miliardi, e gli 8 miliardi tagliati li perde tutti la difesa, che nel 2027 resta allo 0,3% del Pil e nel 2028 si dimezza dallo 0,6 allo 0,3%.

La prima balla la premier la ripeteva un anno fa, presentando la Manovra: «Abbiamo sempre detto che le risorse aggiuntive non avrebbero gravato sulle altre voci di spesa». Solo che le armi sono debito, e il debito dello Stato è uno solo. Finiscono nello stesso deficit su cui la Lega reclama la flat tax e la pensione a 64 anni, e lo scostamento va votato alle Camere a maggioranza assoluta, così con le truppe leghiste insofferenti ogni miliardo per le armi si paga in voti. Se le armi stessero davvero in un conto a parte, giovedì non ci sarebbe stato niente da trattare. La cassaforte insomma era il cassetto della spesa.

La seconda balla l’ha giurata Giancarlo Giorgetti alla Camera il 5 agosto, mentre chiedeva uno scostamento che sulle armi valeva lo 0,9%: «Davanti al dovere non si scantona, non si scappa, non si diserta». Parole sue. E Meloni la ripeteva da mesi, perché ad aprile spiegava che le persone responsabili fanno ciò che è giusto anche quando è impopolare e a maggio aggiungeva che per lei cambiare idea è abbastanza difficile. Adesso lo 0,9% è diventato forse 0,6. Un terzo del dovere giurato è considerato evaporabile in una sola riunione e, secondo la ricostruzione di Repubblica, la premier vorrebbe chiudere la pratica prima della campagna elettorale, con il voto che potrebbe arrivare già in primavera.

Quando Giorgetti, leghista come Salvini, tornerà in Aula a chiedere il voto conviene ascoltarlo bene, perché il dovere ci sarà ancora, scontato di un terzo dal suo stesso partito, e la balla dell’obbligo intoccabile avrà il prezzo fissato dal calendario elettorale.