L'Editoriale

L’alleanza riformicchia di Renzi

Jobs Act, salario minimo, carriere dei magistrati, Mes: in Aula Italia Viva sta altrove ogni volta che conta. Il collante: il nemico comune

L’alleanza riformicchia di Renzi

Eccolo, è sempre lui. Domenica alla Leopolda il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha giurato che con Partito democratico (Pd), Movimento 5 Stelle (M5S) e Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) ci sono «più cose che ci uniscono» e poi dallo stesso palco, ha spiegato che la segretaria dem Elly Schlein è la persona meno adatta a garantire per lui, perché viene da «una storia diversa». Al presidente del Movimento Giuseppe Conte ha chiesto tre garanzie che dovrebbero suonare come un programma, mai più Matteo Salvini al Viminale, mai più Giancarlo Giorgetti in Consiglio dei ministri, mai dalla parte di Donald Trump. Garanzie tutte sugli avversari, perché sugli alleati della coalizione bisognerebbe andarsi altrimenti a rileggere i tabulati d’Aula.

Lavoro e giustizia, la frattura con il Pd

Al referendum dell’8 e 9 giugno 2025 la direzione del Pd ha chiesto cinque Sì e il M5S quattro Sì sui quesiti del lavoro, mentre Italia Viva ha fatto campagna per il No proprio sui licenziamenti e sui contratti a termine, cioè sulla parte del Jobs Act che Schlein voleva abrogare e che Renzi aveva firmato da Palazzo Chigi. Sul salario minimo è andata allo stesso modo, perché a luglio 2023 la proposta unitaria a 9 euro l’ora, firmata da Conte, Schlein e dai vertici di Avs, Azione e +Europa, ha visto Italia Viva unico partito di opposizione a chiamarsi fuori, e la spiegazione di Renzi era limpida: stare all’opposizione del governo Meloni “non significa essere in una coalizione alternativa”. Quando ad agosto le opposizioni poi sono state convocate a Palazzo Chigi sul salario minimo, Renzi ha fatto sapere che non ci sarebbe andato. Ora, tre anni dopo, chiede di entrare in quella coalizione. Un capolavoro.

Sulla separazione delle carriere Italia Viva si è astenuta quattro volte su quattro, dalla prima lettura alla Camera del 16 gennaio 2025 al voto finale del Senato del 30 ottobre 2025, mentre Pd e M5S votavano contro la riforma del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Renzi, che si dice favorevole da sempre al principio, in Aula ha spiegato che «la montagna ha partorito un topolino» e l’ha chiamata «riformicchia», e al referendum di marzo ha lasciato libertà di voto. Un’astensione elevata a dottrina. Sul premierato, certo, ha votato contro con tutte le opposizioni, solo che il 18 giugno 2024, quando Pd, M5S e Avs sono scesi in piazza Santi Apostoli, i renziani in piazza mancavano.

Con il M5S, un no dopo l’altro

Con i Cinque Stelle la distanza è scritta cubitale nel registro dei voti in Aula. Il 21 dicembre 2023 la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) è caduta alla Camera con 184 no, fra cui quelli del M5S accanto a Fratelli d’Italia e Lega, contro i 72 sì di Pd, Azione, Italia Viva e +Europa.

Sulle armi all’Ucraina la scena si ripete ogni volta, e l’11 febbraio 2026 sulla proroga Italia Viva ha votato sì al decreto mentre M5S e Avs votavano due volte no. Il 2 ottobre 2025 poi la Camera ha approvato con 181 voti la risoluzione di Italia Viva su Gaza, con il parere favorevole del governo e l’astensione di Pd, M5S e Avs, la cui risoluzione unitaria per il riconoscimento senza condizioni della Palestina è stata bocciata.

Poi c’è la geografia. A febbraio 2023 in Lombardia Italia Viva ha sostenuto Letizia Moratti, ex vice di Attilio Fontana(Lega), contro Pierfrancesco Majorino di Pd e M5S, e a Genova teneva ancora un assessore nella giunta di centrodestra di Marco Bucci, motivo del veto di M5S e Avs. A fine settembre il M5S ha imposto l’esclusione dei renziani dalla coalizione di Andrea Orlando (Pd) in Liguria.

Le cose che uniscono esistono, solo che stanno nella colonna dei nemici comuni. Nella colonna dei voti Italia Viva sta da un’altra parte ogni volta che conta. L’unico  programma comune si chiama Salvini, contro Salvini. Beh, almeno quello.