“Il presidente Trump non permetterà mai alla Corte penale internazionale di perseguire cittadini americani. Per questo oggi gli Stati Uniti sanzionano la Corte”. Il rancoroso annuncio del segretario di Stato, Marco Rubio, contro la Cpi tutta è arrivato a poche ore dall’assegnazione del Nobel per la Pace, andato a una sua ex giudice, Navy Pillay. “Vieteremo le transazioni con questa Corte canaglia, tagliandole le risorse e paralizzando la sua capacità di operare”. E poi ha aggiunto (sfidando il senso del ridicolo): “O la Cpi mette fine alle sue minacce, oppure saremo noi a porre fine alla Cpi”. La minaccia per far smettere le minacce…
In realtà si tratta solo dell’ultimo, brutale, ma ennesimo giro di vite contro il tribunale da parte di Washington. La differenza è che fino a ieri le sanzioni colpivano le singole persone: giudici e funzionari, fino alla presidente Tomoko Akane e al viceprocuratore Abdoulaye Seye, sanzionati ad agosto.
Tutta la Corte finisce nelle liste Ofac
Ora nelle liste Ofac del Tesoro Usa (gli elenchi che contengono individui, società, organizzazioni, regimi politici o imbarcazioni, sottoposti a sanzioni economiche e finanziarie internazionali) è entrata l’intera istituzione. I suoi eventuali beni negli Stati Uniti sono bloccati, e aziende e cittadini americani hanno sei mesi per chiudere ogni rapporto d’affari con la Corte. Rubio si aspetta che gli alleati facciano lo stesso. All’Aia si preparavano da tempo: la Corte ha abbandonato gli strumenti Microsoft per una piattaforma open source tedesca e ha pagato gli stipendi con mesi di anticipo.
“La storia giudicherà questo momento”
La risposta della Corte è arrivata in poche ore. Le sanzioni sono “un attacco allo Stato di diritto e agli stessi fondamenti dell’ordine giuridico internazionale”, che colpisce il principio “secondo cui nessuno è al di sopra della legge”. E poi: “La storia giudicherà questo momento”, perché le generazioni future, “soprattutto le vittime delle atrocità di massa”, chiederanno conto della risposta della comunità internazionale.
Laura Boldrini (Pd) ha chiesto all’Ue di attivare subito il regolamento di blocco, che limita gli effetti delle sanzioni Usa sul territorio europeo.
Tutti i mandati della Cpi
Il motivo dello scontro sono i fascicoli che riguardano chi governa o ha governato. Washington contesta soprattutto il mandato d’arresto del 21 novembre 2024 contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, per crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza. Nel dicembre scorso la Corte d’appello ha respinto il ricorso di Israele e lo ha confermato.
Il mandato contro Vladimir Putin, per la deportazione di bambini ucraini, è del 17 marzo 2023. A luglio la Corte ha stabilito che il presidente russo può entrare nei Paesi membri senza essere arrestato, se lo fa per partecipare a colloqui di pace promossi dall’Onu. Il 30 novembre dovrebbe cominciare il processo all’ex presidente filippino Rodrigo Duterte, accusato di crimini contro l’umanità per la “guerra alla droga” e detenuto all’Aia dal marzo 2025.
Per il capo della giunta del Myanmar, Min Aung Hlaing, il procuratore ha chiesto il mandato nel novembre 2024. Omar al-Bashir, ricercato da anni, non è mai stato consegnato.
Il limite della Corte è sempre lo stesso: per gli arresti dipende dagli Stati, ma gli Stati Uniti non ne fanno parte, come Russia, Cina, India, Israele e Turchia. Le Filippine sono uscite nel 2019, ma la Corte ha stabilito di avere ancora giurisdizione sui crimini commessi prima. L’Ungheria di Orbán ha annunciato il ritiro dopo il mandato contro Netanyahu, con effetto da giugno 2026. Trump ha invitato i 125 Paesi membri a fare lo stesso.
E anche tra i membri c’è chi non esegue i mandati: nel 2024 la Mongolia ha accolto Putin senza arrestarlo. E l’Italia lascia che Netanyahu sorvoli il suo spazio aereo senza alcun timore…