“Nella democrazia israeliana ci sono partiti palestinesi”, ha scritto ieri su X un collega giornalista. Poche ore prima, sullo stesso social, un altro collega aveva scritto, commentando gli exit poll del voto israeliano del 27 ottobre, che se i risultati saranno questi devono “andarsi a nascondere per la vergogna” gli analisti e i commentatori che hanno parlato di Israele come del Paese dell’apartheid. Conviene partire dalle parole, perché l’imbroglio sta già lì.
Quei partiti sono partiti di cittadini israeliani. Ra’am e la Lista Comune prendono i voti della minoranza araba con il passaporto israeliano, circa un quinto della popolazione, e la Lista Comune candida anche un ebreo, il deputato uscente Ofer Cassif di Hadash. I palestinesi che vivono sotto occupazione quei partiti li possono soltanto guardare: i 3,4 milioni della Cisgiordania contati dall’Ufficio centrale di statistica palestinese sono fuori dalle liste elettorali, e a Gerusalemme Est i palestinesi, residenti permanenti, votano per il comune e restano esclusi dalla Knesset. Intanto nella stessa Cisgiordania i coloni israeliani votano nei seggi allestiti dentro gli insediamenti, compreso quello ebraico di Hebron. Nello stesso territorio, sotto lo stesso governo, la scheda ce l’ha soltanto il colono.
Amnesty International lo aveva già messo per iscritto nel 2022, riconoscendo il voto dei cittadini palestinesi d’Israele e aggiungendo il resto del conto: Israele controlla aspetti centrali della vita dei palestinesi e solo il 25% di loro ha diritto di voto. Nel 2024 la Corte internazionale di giustizia, interpellata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha stabilito che le leggi e le misure con cui Israele separa coloni e palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est violano l’articolo 3 della convenzione internazionale contro la discriminazione razziale, quello che vieta la segregazione razziale e l’apartheid. Ha lasciato aperto quale delle due, e il divieto violato resta quello.
Del resto la gerarchia Israele l’ha scritta da sé: nel 2018 la Knesset ha approvato la legge fondamentale sullo Stato-nazione, che all’articolo 1 stabilisce che il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico. Esclusivo, dice il testo. Il quinto arabo della popolazione vota, e la legge fondamentale gli ricorda in partenza che lo Stato è lo Stato nazionale di un altro popolo.
Ad agosto il Jerusalem Post, prometteva che il voto avrebbe seppellito “la leggenda dell’apartheid”, perché nel Sudafrica razzista ai non bianchi era vietato votare e candidarsi. Vero per la maggioranza nera. Meticci e indiani invece votavano: dal 1984 Pretoria aveva un Parlamento a camere separate per razza, ciascun gruppo eleggeva la propria e quella dei bianchi restava la più potente. Anche il Sudafrica dell’apartheid, insomma, esibiva le sue minoranze alle urne.
E il voto arabo sventolato ieri, in questa campagna, è stato trattato come una minaccia. Il 23 settembre la Commissione elettorale centrale, un organo composto quasi solo da rappresentanti dei partiti, aveva escluso dalla corsa entrambe le liste arabe accogliendo anche i ricorsi del Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu e di Otzma Yehudit, il partito del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, e aveva respinto quelli contro l’estrema destra. Le ha rimesse in lista la Corte suprema, che però giudica fra cittadini: i palestinesi della Cisgiordania, senza cittadinanza, a quel giudizio non arrivano nemmeno.
Per il giorno del voto, secondo il Times of Israel, Likud e Sionismo religioso hanno annunciato quasi 2.000 attivisti nei seggi delle comunità arabe, contro brogli diffusi di cui, nota lo stesso giornale, non esiste prova. E Gadi Eisenkot (Yashar), lo sfidante di Netanyahu, ha escluso Ra’am e la Lista comune dal suo governo, promettendo i scampagna elettorale una maggioranza di soli partiti sionisti, mentre il blocco di Netanyahu con i partiti arabi ha già detto di rifiutare qualsiasi collaborazione. Così l’ultimo conteggio parziale dà alle liste arabe 17 seggi, il risultato più alto della loro storia, e i due uomini che si contendono il governo li hanno già trattati da inferiori.
Ci sono partiti palestinesi, scrive qualcuno, senza sapere la differenza. Sì, ci sono soprattutto milioni di palestinesi senza scheda, sotto un governo che i coloni loro vicini contribuiscono a scegliere nel seggio sotto casa. Ah, e il genocidio a Gaza rimane sempre sullo sfondo.