“Io sono garantista sempre, non a senso unico”, ha rivendicato con forza il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia Antonio Tajani. E con un predecessore come Silvio Berlusconi – che tra norme ad personam, ghigliottine sulla prescrizione e reati depenalizzati in tema di garantismo, soprattutto il suo, ha fatto scuola – c’è da credergli sulla parola.
Tajani garantista, ma fino a un certo punto
Al punto che, l’altro ieri, il dubbio di trovarci dinanzi a un suo sosia mentre sparava ad alzo zero contro la mancata convalida del fermo di Youssef Siher, ci ha improvvisamente assalito. “Quando uno viene arrestato in flagranza di reato il giudice ha tre possibilità…”, ha tagliato corto il ministro. Pazienza che non fosse in flagranza… gli hanno obiettato i cronisti. “Vabbè, ma quelli erano reati comprovati è come se fosse in flagranza”, ha insistito Tajani. No, non erano reati comprovati, per quelli serve una sentenza, non basta l’ipotesi accusatoria formulata da un pm.
Ma il leader di FI non si è arreso: “L’ipotesi di reato… mi pare che erano tutte cose vere. L’invito a organizzare gli eventi e andare in piazza non era una cosa inventata…”, ha ribadito. Se non fosse che l’invito ad andare in piazza è arrivato il giorno dopo le devastazioni e gli scontri di Milano. E che, come ha chiarito la Gip Landoni, Siher si è “limitato a promuovere una mobilitazione collettiva” contro il governo, evocando la “disobbedienza civile”. Che non risulta essere ancora reato per il diritto italiano. A meno che, sempre citando Tajani, pure quello, al pari del diritto internazionale, non valga fino a un certo punto. Come il suo garantismo.