Siher torna libero. In 37 pagine la Gip smonta l’impianto accusatorio della Procura. Niente terrorismo, niente fuga, niente reato

Fermo non convalidato e niente carcere per il ricercatore accusato di terrorismo. In 37 pagine la Gip smonta l’impianto della Procura

Siher torna libero. In 37 pagine la Gip smonta l’impianto accusatorio della Procura. Niente terrorismo, niente fuga, niente reato

Per quattro giorni è stato “la mente”. Il “regista degli scontri”. L’“esponente di spicco dell’Islam politico”. “L’uomo nero che manipolava orde di giovani all’assalto delle nostre città”. Ieri però la gip di Milano Tiziana Landoni ha preso quelle etichette e le ha smontate, una per una.

In 37 pagine il fermo del ricercatore e giornalista Youssef Siher non solo non è convalidato, come richiedeva la procura di Milano, ma è stato demolito l’intero impianto accusatorio. Mancano, scrive la Gip, i “gravi indizi di colpevolezza”. Su tutto.

Niente terrorismo, solo critiche a Stato, governo e media

Partiamo dal reato più pesante, l’istigazione a delinquere con l’aggravante del terrorismo. Per la giudice i post del ricercatore 30enne sono “affermazioni di critica rivolta allo Stato, all’attuale Governo e ai media, connotate da toni aspri ed espressioni volgari”.

E anche la famosa “dichiarazione di guerra” a un “presente infame” non era rivolta alle istituzioni né accompagnata da “specifici e concreti riferimenti ad azioni violente”. Se basta questo per istigare, avverte Landoni citando la Consulta, si comprime la “libera espressione delle proprie opinioni”.

E il terrorismo? Anche ammettendo indizi che non ci sono, l’aggravante “non sarebbe ravvisabile”: nessun “grave danno allo Stato”, nessuno scopo di “intimidire la popolazione”, nessuna “finalità di eversione dell’ordine democratico”. Una sconfessione totale del teorema accusatorio e delle ricostruzioni giornalistiche.

Il vademecum? Un testo solo difensivo

Poi il “vademecum” per la piazza, presentato come un manuale di guerriglia. Nel testo pubblicato su Telegram, scrive la gip, non c’erano riferimenti a “strumenti offensivi” contro le forze dell’ordine. C’era il contrario: davanti ai lacrimogeni i manifestanti erano invitati ad “arretrare”, a “restare fermi e calmi”, a non rispondere con la violenza.

Le istruzioni più spinte stavano in un file nel suo pc, mai pubblicato. E quando altri utenti della chat parlavano di colpire banche, edifici pubblici, ripetitori Rai, Siher “non risulta aver caldeggiato” nulla. Si è “limitato a promuovere una mobilitazione collettiva” contro il governo, evocando la “disobbedienza civile”. I punti di ritrovo comunicati all’ultimo e i gruppi Signal cancellati? Servivano a evitare l’identificazione, magari per cortei non autorizzati. Non a preparare assalti.

Ma quale pericolo di fuga? Sihef e la moglie erano solo a cena fuori

Infine il pericolo di fuga, base del fermo d’urgenza. La sera prima Siher e la moglie erano andati da un’amica al Corvetto, ricostruisce la Gip, secondo la quale non c’era nella coppia alcuna volontà di “rendersi irreperibile”. Lo ipotizzava la Procura, che lo collocava lì in vista del corteo del giorno dopo. E il rifiuto di consegnare le password del telefono? Un comportamento “neppure inusuale”, un “dato di per sé neutro”.

Il conto, per la Procura guidata da Marcello Viola, è pesante. Accolta “in sostanza” la linea dei difensori Benedetto Ciccarone e Yasmina Abu Sharar, che fin dal primo giorno avevano sostenuto che “Non c’è alcun reato”. Restano le formule di rito, “allo stato” e “fatti salvi successivi approfondimenti”, e la possibilità di impugnare. Ma il quadro che aveva giustificato un fermo per terrorismo non ha retto al primo vaglio di un giudice.

Non ha retto nemmeno il racconto. Il ministro Matteo Piantedosi aveva parlato di “contatti con gli antagonisti”. Il deputato di FdI Riccardo De Corato aveva invocato “pene severissime” e si era detto “sconcertato” perché la difesa chiedeva la libertà. E i giornali, a destra ma anche di sinistra, hanno fatto il resto. Libero aveva ipotizzato persino un’associazione segnalata dai servizi per propaganda filo Hamas, il Corriere una collaborazione con una tv “vicina a Hezbollah”, Repubblica contatti con l’intelligence algerina e simpatie iraniane.

Tutte piste risultate estranee alle accuse e che non avevano alcun legame con il Movimento 17 ottobre. Quando la sua relatrice di laurea, la professoressa Elisa Giunchi, aveva parlato di “gogna mediatica vergognosa” contro Siher, l’università Statale l’aveva scaricata e c’era chi ne aveva chiesto le dimissioni.

Ieri un giudice ha scritto che Siher ha organizzato proteste. E questo non è un reato in Italia, almeno non lo è ancora…

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