Malgrado si facciano sempre più insistenti le indiscrezioni sulla possibile ripresa delle operazioni militari statunitensi contro l’Iran dopo le elezioni di midterm, la diplomazia del Golfo continua a lavorare per evitare una nuova escalation. Secondo quanto riferito da funzionari iraniani all’emittente Al Arabiya, i mediatori del Qatar avrebbero presentato domenica scorsa a Teheran una nuova bozza di accordo.
La notizia è stata resa nota soltanto questa mattina, dopo che le autorità iraniane avrebbero confermato di essere al lavoro sulla proposta, aggiungendo che Teheran dovrebbe fornire una risposta ufficiale entro la fine della settimana.
Il testo, stando a quanto riferito dall’emittente araba, prevede un periodo di sette giorni per affrontare le preoccupazioni di entrambe le parti, con l’impegno ad adottare quotidianamente misure volte a rafforzare la fiducia reciproca. Il calendario potrebbe entrare in vigore all’inizio della prossima settimana, mentre diverse nazioni svolgerebbero il ruolo di garanti dell’intesa. La stessa fonte ha spiegato che, prima dell’incontro di domenica, “c’erano timori che il premier israeliano Benjamin Netanyahu potesse riprendere gli attacchi contro l’Iran già questa settimana“.
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Nelle scorse settimane Teheran aveva già presentato una bozza rivista, simile al memorandum d’intesa di giugno, che prevedeva il ritorno al dialogo e l’adozione di misure per ricostruire la fiducia. Tra le condizioni figuravano la revoca del blocco statunitense sui porti iraniani e lo sblocco dei fondi congelati all’estero entro sette giorni, al termine dei quali sarebbe stata prevista la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Il presidente statunitense Donald Trump aveva respinto la proposta, affermando di non avere più bisogno di negoziare con l’Iran sullo Stretto di Hormuz e definendo il blocco navale e le sanzioni “un’arma efficace per soffocare l’economia iraniana”.
Gli sforzi diplomatici sono tuttavia proseguiti e si sono intensificati nelle ultime settimane, parallelamente all’aumento dei timori di una ripresa delle ostilità e alle pressioni esercitate da Netanyahu affinché Washington prenda in considerazione l’opzione militare.