Fanno sempre così, le destre. Piazzano mine ovunque e poi fanno marcia indietro. Ma mai del tutto: sempre in modo parziale. Parziale è infatti la retromarcia della maggioranza dopo le proteste di sindacati e opposizioni, che ieri avevano perfino abbandonato i lavori della Commissione, sull’emendamento dei relatori al decreto Lavoro del Primo maggio. La norma rivedeva il capitolo della contrattazione, definendo il Trattamento economico complessivo e inserendo anche i contratti equivalenti per accedere ai bonus: un’autostrada spianata per i contratti pirata.
Altro che stop ai contratti pirata, finta retromarcia del governo
Il Trattamento economico complessivo, secondo la riformulazione, comprende le voci retributive fisse e continuative, dirette, indirette e differite, definite dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative: mensilità aggiuntive, indennità fisse, prestazioni di welfare contrattuale riconosciute alla generalità dei dipendenti e altri istituti con valore economico. Restano escluse solo le voci discrezionali e variabili riconosciute ai singoli lavoratori. Rispetto alla prima versione depositata la settimana scorsa, il nuovo testo non contiene più il riferimento esplicito ai contratti equivalenti. Ma la definizione del Tec si allarga a dismisura. Tanto che M5S e Pd partono all’attacco.
In trincea
“La riformulazione dell’emendamento dei relatori è semplicemente inaccettabile, finanche peggiorativa della versione originale. Con tale emendamento si diluisce la retribuzione effettivamente percepita dal lavoratore dentro una sommatoria di voci eterogenee, includendo welfare aziendale, indennità e altri istituti che non aumentano il denaro disponibile ogni mese e anzi indeboliscono il già fragile potere d’acquisto”, afferma il capogruppo del M5S in Commissione Lavoro alla Camera, Dario Carotenuto.
“Così – osserva – si rischia di legittimare salari monetari insufficienti, purché compensati da prestazioni accessorie. Ma affitto, bollette e spesa si pagano con lo stipendio, non con il valore teorico di una polizza sanitaria o di un fondo assistenziale. L’articolo 36 della Costituzione parla di una retribuzione sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa: trasformare il welfare da integrazione del salario a possibile sostituto significa indebolire i diritti dei lavoratori e comprimere le retribuzioni”.
Critici anche i dem. “Saranno d’ora in poi equivalenti due contratti che danno un Trattamento economico complessivo formalmente uguale ma con un peso molto diverso delle sue componenti, con il welfare contrattuale, non coperto né da contribuzione né da Tfr, che vale come il salario vero e proprio. Una bella fregatura per i lavoratori, un bel regalo ai contratti pirata”, dicono Arturo Scotto e Cecilia Guerra. “Noi avevamo chiesto che il confronto fra un contratto firmato dalle sigle più rappresentative e un contratto aspirante a essere considerato equivalente venisse fatto voce per voce. Siamo rimasti inascoltati. Questa brutta legge se la votano da soli”.
Cosa rimane e cosa sfuma
Sale intanto al 50% dell’inflazione Ipca, rispetto al 30% previsto dal testo base, l’adeguamento riconosciuto come anticipo forfettario nei casi di contratti collettivi non rinnovati entro nove mesi dalla scadenza. Ma sfuma la retroattività degli aumenti contrattuali, sempre per i contratti scaduti, propagandata dal leghista Claudio Durigon.
Salta anche l’emendamento sulle crisi aziendali. “Presenteremo un ordine del giorno per riprenderlo nel prossimo provvedimento utile, che penso sarà già tra un paio di settimane”, ha tentato di rassicurare il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto (FdI). La modifica puntava a vincolare l’erogazione di risorse pubbliche alle aziende a “un impegno pluriennale di mantenimento dei livelli occupazionali da parte del soggetto beneficiario”. Alla fine è arrivato il via libera della Commissione Lavoro della Camera, che ha votato il mandato ai relatori a riferire in Aula sul decreto. Il testo è atteso oggi in Aula, con la fiducia.