La presunta mazzetta è consegnata in auto, mentre la macchina rallenta nel traffico cittadino. A tirarla fuori dalla tasca interna della giacca, secondo gli investigatori, è l’avvocato Pierluigi Matta. Le banconote sono avvolte in una bustina di plastica. “Mettili qua”, gli indica Gaetano Armao, ex vicepresidente della Regione Siciliana. Il pacchetto finisce così nel vano della consolle dell’auto. E Armao ironizza: “nel sacchetto dell’immondizia”, poi chiede: “Questo per cos’è?”. “Agosto”, risponde il legale. Per gli inquirenti è la prova dei versamenti periodici che l’uomo politico riceve dal legale. Intanto Armao recupera la busta e si mette i soldi in tasca.
Il giro dei soldi
È una delle scene riprese dalle telecamere della Squadra Mobile di Palermo e finite nella richiesta d’arresto, per le supposte mazzette e false consulenze per “pilotare” le pratiche relative alle autorizzazioni ambientali. Un sistema, che per la procura, era più che collaudato. Le imprese, secondo gli investigatori, bonificavano a Matta, in tranche fino a 6mila euro, i compensi per consulenze mai fatte. Il legale prelevava e per poi, è l’accusa dei pm, girare una parte in contanti ad Armao.
Ma agli atti degli investigatori c’è anche il 9 febbraio 2026, quando le telecamere nascoste piazzate dagli inquirenti immortalano Armao ordinare: “Lasciami il cappotto in macchina”. E Matta esegue. Sul sedile posteriore finiscono così il soprabito e una busta di carta marrone e verde, la stessa che aveva all’uscita dalla banca dove, per i pm, aveva prelevato il denaro. Armao indossa il cappotto e ne tasta le tasche, Matta gli indica quella giusta. “Grazie di tutto”. In serata, nello studio, le telecamere lo riprendono mentre nasconde un involucro di carta in un contenitore cilindrico dentro un orologio a pendolo.
Le autorizzazioni ambientali
In cambio di cosa? Per la procura, degli aiutini possibili grazie al suo ruolo alla guida della Commissione tecnica specialistica (Cts) per le autorizzazioni ambientali, che Armao ha presieduto fino ad agosto. Da lì passano i grandi progetti energetici e industriali dell’isola. A un gruppo valdostano, attivo nelle rinnovabili, avrebbe garantito “la più rapida e proficua trattazione delle pratiche”.
Nelle intercettazioni sollecita i manager a inviargli le attestazioni sulle prescrizioni ambientali e sceglie lui il commissario a cui affidarle. Nel fascicolo c’è anche l’impianto di biometano ad Aragona. E c’è la onlus, attiva nelle cure palliative. Per favorirla, Armao avrebbe fatto pressioni sull’allora dirigente della Salute Salvatore Iacolino (non indagato) in cambio di 6mila euro.
Gli indagati sono in tutto nove. Per Armao e Matta è stato chiesto il carcere. Con loro c’è il deputato regionale dell’Mpa Giuseppe Geremia Lombardo, 44 anni, nipote dell’ex governatore Raffaele e presidente del collegio dei Questori dell’Ars. Secondo l’accusa, avrebbe messo il suo impegno in commissione Salute e sulle leggi di bilancio al servizio di alcune società. In cambio, l’assunzione di una donna a lui vicina. I reati ipotizzati sono a vario titolo la corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e quella per l’esercizio della funzione. Gli interrogatori preventivi sono fissati per il 12 e il 13 ottobre.
Ma Armao, 64 anni, è il nome pesante: avvocato e docente di diritto amministrativo, è stato assessore con Raffaele Lombardo, poi vicepresidente e assessore all’Economia con Nello Musumeci dal 2017 al 2022. Si è candidato governatore con il Terzo Polo. Poi Renato Schifani lo ha voluto alla Cts e come consigliere giuridico.
E oggi Bartolozzi davanti alla Consulta per il caso Almasri
Inoltre è il marito di Giusi Bartolozzi: magistrata, ex deputata di Forza Italia ed ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Bartolozzi è invece indagata dalla Procura di Roma per false informazioni al pm nel caso Almasri, il generale libico rilasciato e rimpatriato nonostante il mandato della Corte penale internazionale. Oggi la Consulta discuterà il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera.
Montecitorio ha negato l’autorizzazione a procedere per Nordio, Piantedosi e Mantovano, e ora sostiene che senza il suo via libera, non si potesse indagare nemmeno la capo di gabinetto. Che è stata scudata. Così, il procedimento, fissato al 17 settembre, resta sospeso in attesa della prenuncia della Corte costituzionale.