Caso Almasri, la Consulta boccia la legge invocata da Nordio per difendere il suo operato. D’ora in poi il ministro dovrà comunicare subito le richieste della Cpi

Nel caso Almasri ricercato dalla Corte penale internazionale, Nordio ha agito applicando una norma, che però era incostituzionale

Caso Almasri, la Consulta boccia la legge invocata da Nordio per difendere il suo operato. D’ora in poi il ministro dovrà comunicare subito le richieste della Cpi

L’ennesima, pesantissima, bocciatura per il Guardasigilli Carlo Nordio è arrivata ieri, stavolta dalla Corte costituzionale. Ed è una bocciatura pesante, perché, di fatto, sancisce che la legge invocata allora dal governo per difendere l’operato del ministro nel caso del generale libico Osama Njeem Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per crimini di guerra e contro l’umanità, era costituzionalmente difettosa. E quel margine di discrezionalità, che consentì la “melina” del ministero, e soprattutto permise al generale ricercato di tornare in Libia su un aereo di Stato, secondo la Consulta, non poteva esistere.

La Consulta cancella la discrezionalità del ministro sui tempi

Ieri la Consulta ha infatti dichiarato incostituzionali due articoli della legge del 2012 che disciplina i rapporti tra Italia e Cpi. Il motivo è chiaro: la normativa lasciava al ministro della Giustizia un potere privo di limiti temporali, consentendogli di trattenere le richieste della Cpi senza alcun obbligo di trasmetterle immediatamente alla Corte d’appello di Roma e senza dover motivare subito un eventuale rifiuto.

È esattamente ciò che avvenne nel caso Almasri. Arrestato il 19 gennaio 2025 su mandato della Cpi, il generale libico venne scarcerato due giorni dopo, perché gli atti non erano stati trasmessi dal ministero della Giustizia. Un vuoto procedurale che impedì alla magistratura italiana di dare seguito alla richiesta dell’Aja e aprì la strada al rimpatrio del militare libico.

La Corte costituzionale riconosce, di fatto, che Nordio si mosse dentro le regole previste dalla legge. Ma aggiunge che proprio quelle regole erano incompatibili con la Costituzione. La sentenza parla di un sistema che “non scongiura il rischio del protrarsi dell’inerzia del ministro” e gli attribuisce un ruolo “privo di ogni parametro” capace di indirizzarne l’azione secondo criteri di immediatezza.

Ancora più duro il passaggio in cui i giudici affermano che, nella repressione dei crimini più gravi, non sono ammissibili “rallentamenti o ritardi”, nemmeno se dettati da esigenze istruttorie o politiche, né tantomeno “indugi arbitrari”.

Ogni richiesta della Cpi dovrà essere trasmessa “immediatamente” alla Procura generale

Per questo la Consulta ha riscritto la procedura. D’ora in avanti il ministro della Giustizia dovrà trasmettere immediatamente alla Procura generale presso la Corte d’appello di Roma ogni richiesta della Corte penale internazionale. Se riterrà di non farlo, potrà opporsi solo in casi eccezionali, legati alla tutela di principi costituzionali fondamentali, ma dovrà comunicarlo subito e con una motivazione esplicita. Di fatto la corte ha sottolineato le responsabilità politiche del caso Almasri e stabilito un punto destinato a pesare anche sul dibattito futuro.