Il tema scotta e l’unica opzione possibile è la fuga. Che è esattamente ciò che è accaduto ieri pomeriggio alla Camera, quando il meloniano Giangiacomo Calovini ha chiesto all’Aula di rinviare “ai prossimi giorni” la mozione unitaria presentata dalle opposizioni a tutela della Corte penale internazionale.
Motivazioni inconsistenti, ma fine ultimo chiarissimo
Le ragioni del deputato FdI? Il tema è “estremamente delicato”, il contesto geopolitico “non facile”, e la maggioranza vuole cercare “eventuali punti di convergenza” con un testo che, ha ammesso lo stesso Calovini, aveva letto già prima della pausa estiva. Motivazione fumosa, ma rinvio approvato con 40 voti di scarto. Non è il primo.
E le opposizioni – giustamente – sono esplose. “Scappano come i conigli”, ha attaccato la dem Laura Boldrini, prima firmataria. Per Stefania Ascari (M5S) trattasi di “una vergogna istituzionale: rinviate ancora perché avete paura dei vostri padroni, Trump e Israele”, ha urlato.
La capogruppo di Avs Luana Zanella ha sfidato apertamente la destra: “Dite almeno che siete complici”. Benedetto Della Vedova (+Europa) ha invece invitato il centrodestra a votare contro, invece di “tenere in ostaggio” le minoranze. Infine Elena Bonetti (Azione) ha centrato il punto politico: “Non volete mostrare quello che è chiaro a tutti, che siete spaccati su questi temi”.
Affossate tutte le istanze delle opposizioni, che si appellano a Fontana
Poi la questione è diventata regolamentare. Il dem Federico Fornaro ha chiesto che il presidente Lorenzo Fontana “tuteli i diritti delle opposizioni”: senza un intervento, “l’unica via che ci resta è metterci di traverso su tutto e fare ostruzionismo”. Il motivo del contendere sono i rinvii a raffica delle mozioni delle opposizioni, che svuotano la quota di un quinto del calendario riservata ai temi delle minoranze.
M5S ha chiesto la convocazione della Giunta per il regolamento. “Se il Regolamento è diventato carta straccia, ce lo si dica”, ha attaccato Valentina D’Orso, che ha aggiunto: “Ci siamo ridotti a fare solo istituzione di giornate internazionali”.
Il calendario di Trump
Per comprendere il perché di una fuga così squalificante bisogna guardare il calendario. Trump ha esortato i 125 Paesi aderenti a uscire da una Corte che considera “fuori controllo”. Il 9 ottobre Washington ha sanzionato per la prima volta l’intero tribunale dell’Aja, dopo aver colpito 13 tra giudici e procuratori, compresa la presidente Tomoko Akane.
Misure pienamente operative tra sei mesi: stop ai pagamenti in dollari, ai servizi informatici, alle transazioni. Marco Rubio l’ha definita una “Corte canaglia”. E ha avvertito: o la Corte la smette con le sue minacce, o saranno gli Usa a farla finita con la Corte.
Roma risponde col “rammarico”
Roma ha risposto con il minimo sindacale: la firma su una dichiarazione congiunta di “rammarico” e, il 21 ottobre, la promessa del ministro Antonio Tajani di lavorare “nei prossimi sei mesi” per la revoca (come raccontato da Giulio Cavalli su La Notizia) delle sanzioni.
Gli stessi sei mesi concessi da Washington. Mentre cinque governi europei, Belgio, Spagna, Slovenia, Francia e Austria, chiedono a Bruxelles di attivare le contromisure contro le sanzioni Usa, l’Italia si rammarica…
E secondo voci di corridoio, FdI, Palazzo Chigi e Farnesina starebbero lavorando a una mozione di maggioranza, affidata proprio a Calovini. Votare quella delle opposizioni, che impegna a “condannare con fermezza” l’iniziativa di Trump, avrebbe significato mettere nero su bianco ciò che il governo non vuol né dire né fare.
Meloni sul banco degli imputati della Cpi per Almasri
E poi c’è l’altro scheletro: Almasri. Il generale libico, arrestato a Torino nel gennaio 2025 su mandato dell’Aja e rispedito a Tripoli con un volo di Stato. Il 17 ottobre 2025 la Camera preliminare I della Cpi ha stabilito che l’Italia ha violato i suoi obblighi: il 26 gennaio 2026 l’ha deferita all’Assemblea degli Stati parte, in programma a New York dal 7 al 17 dicembre.
Nel frattempo il governo ha tenuto una doppia linea: alla Corte ha promesso di rivedere la legge 237 del 2012 sulla cooperazione, alla Consulta, chiamata in causa dalla Corte d’Appello di Roma, l’ha difesa così com’è. E la Camera, il 9 ottobre 2025, ha negato l’autorizzazione a procedere contro i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano.
Tra sei settimane il governo dell’Italia siederà sul banco degli inadempienti. E a difendere i giudici che l’hanno messo lì, per ora, non ci pensa.