I dati Invalsi certificano la crisi delle competenze a scuola: solo il 51,7% degli studenti arriva alla maturità con conoscenze alfabetiche adeguate

Le prove Invalsi certificano il crollo: solo il 51,7% ha una conoscenza adeguata dell'italiano. E pesano le differenze di censo

I dati Invalsi certificano la crisi delle competenze a scuola: solo il 51,7% degli studenti arriva alla maturità con conoscenze alfabetiche adeguate

«Se qualcuno pensa ancora di poter fare della scuola un luogo di indottrinamento e di propaganda sbaglia. Questo Ministero non lo consentirà». Giuseppe Valditara lo ha detto il 7 giugno, mentre l’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna apriva un’ispezione su un incontro per la pace a Modena con 200 bambini delle elementari.

Tre giorni prima, il 4 giugno, il Senato aveva trasformato in legge con 78 sì e 38 no il suo disegno sul consenso informato: l’educazione sessuo-affettiva entra in classe solo con l’autorizzazione preventiva dei genitori, per proteggere i bambini, parole sue, dalla «propaganda gender». Il ministro dell’Istruzione e del Merito ha dichiarato guerra all’indottrinamento e la combatte a colpi di ispettori e moduli. Intanto la scuola, quella che forma sui banchi, frana da un’altra parte.

Invalsi, l’emergenza che gli ispettori non vedono

Il 9 giugno la fondazione Openpolis, con l’impresa sociale Con i Bambini, ha pubblicato un’analisi dei dati Invalsi che andrebbe appesa alla porta del ministero. Nel 2025 il punteggio medio nelle prove di italiano in quinta superiore è sceso a 184,7, il livello più basso dal 2019, quando valeva 200. Il crollo pandemico (186,3 nel 2021) doveva essere una parentesi e invece è diventato un pavimento, e ora si scava pure sotto.

Solo il 51,7% degli studenti arriva alla maturità con competenze alfabetiche adeguate: poco più di uno su due capisce davvero quello che legge. Negli istituti professionali la quota precipita al 18%, era il 28% nel 2019; nei tecnici si passa dal 56% al 40%, nei licei classici, scientifici e linguistici dall’87% al 74%. Il tonfo più rovinoso tocca agli altri licei, artistico, musicale, scienze umane e sportivo: 22 punti persi, dal 72% al 50%.

La dispersione implicita, cioè i diplomati senza le competenze minime, è risalita all’8,7%. E in 103 capoluoghi su 112 il livello in terza media è arretrato tra il 2019 e il 2024. C’è pure il paradosso: gli abbandoni precoci sono scesi all’8,2%, sotto l’obiettivo europeo del 9% con quattro anni di anticipo sul 2030. I ragazzi restano a scuola, quindi, e la scuola li tiene dentro senza riuscire a insegnare. Trattiene i corpi e perde le teste. È un’ecatombe silenziosa, certificata, in peggioramento. Su questo, dal ministero, zero ispettori.

Il censo decide ancora i destini

C’è poi il dato che dovrebbe togliere il sonno a chi ha intitolato il dicastero al «Merito». Secondo Almadiploma (febbraio 2026), solo il 15,7% dei diplomati nei licei è figlio di lavoratori esecutivi, mentre il 33,7% viene da famiglie agiate; i figli di operai sono il 35,9% dei diplomati nei professionali, proprio lì dove le competenze adeguate si fermano al 18.

La scelta dell’indirizzo matura del resto già alle medie, dove i divari si consolidano, e risente del portafoglio di casa: per chi parte da una famiglia svantaggiata il liceo resta in molti casi un’opzione di fatto preclusa, a prescindere dalle attitudini. I ragazzi con status socio-economico alto superano quindi i 200 punti in italiano, gli svantaggiati restano 30 punti sotto. Il merito ovviamente lo decide il censo, e la scuola che per Costituzione doveva rimuovere gli ostacoli si limita a fotografarli, un anno dopo l’altro, con la precisione di un catasto.

Il 18 giugno 527.607 studenti si siederanno alla prima prova di maturità, 86.617 dai professionali, dove quattro su cinque arrivano senza gli strumenti per leggere un testo complesso. La prova d’italiano, ironia del calendario, cade proprio nell’anno in cui l’italiano tocca il punto più basso dal 2019. Servirebbero investimenti su docenti, recupero e territori, esattamente ciò che le ispezioni costano meno a evocare. Il ministro intanto insegue la propaganda nelle aule, dice. Solo che la propaganda davvero pericolosa è un’altra: una generazione che si diploma senza le parole per riconoscerla.