La partita sulle chat di Andrea Delmastro potrebbe non chiudersi con il voto della Camera. Anzi, rischia di spostarsi davanti alla Corte costituzionale. Dopo il no della Giunta per le autorizzazioni all’acquisizione delle conversazioni tra l’ex sottosegretario alla Giustizia e Mauro Caroccia, ritenuto dagli inquirenti prestanome del clan camorristico dei Senese, la Procura di Roma sta infatti valutando di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta qualora l’Aula, il prossimo 30 luglio, dovesse confermare il parere della Giunta. Una mossa che aprirebbe un nuovo fronte istituzionale in una vicenda già diventata terreno di scontro politico.
La richiesta dei magistrati nasce nell’ambito dell’inchiesta sui rapporti tra Delmastro e Caroccia. L’ex sottosegretario non è indagato, ma per la Procura quelle chat potrebbero contenere elementi utili alle indagini sul clan Senese e sulle attività economiche finite sotto la lente dell’antimafia. La maggioranza, però, ritiene che quelle conversazioni siano corrispondenza tutelata dall’articolo 68 della Costituzione e che la richiesta della Procura non rispetti i presupposti indicati dalla giurisprudenza costituzionale.
Le opposizioni presenteranno una relazione di minoranza
Proprio in vista del voto dell’Aula, le opposizioni presenteranno una relazione di minoranza. Lo ha annunciato il presidente della Giunta per le autorizzazioni, Devis Dori: il relatore sarà il deputato del Pd Federico Gianassi, che illustrerà le ragioni di chi ritiene necessario autorizzare l’acquisizione delle chat da parte dei magistrati.
Il fronte delle opposizioni è compatto. Per Giuseppe Conte la scelta della maggioranza è l’ennesima dimostrazione di una doppia morale. “Domenica erano a Palermo a richiamarsi all’esempio di Paolo Borsellino, oggi impediscono alla Procura di acquisire le chat di Delmastro con un prestanome del clan Senese. Come si può parlare di lotta alla mafia e poi ostacolare un’indagine?”, attacca il leader del Movimento 5 Stelle, accusando il governo di “scudare” un proprio esponente. “Fuori le chat”, aggiunge.
Sulla stessa linea il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini, che durante il question time di ieri con Matteo Salvini ha chiesto al governo di fare un passo indietro: “Di cosa avete paura? Chi state proteggendo? Tirate fuori quelle chat oppure vergognatevi e andate a casa”. Per Pirondini un esecutivo che ostacola un’indagine per reati di mafia “dovrebbe solo dimettersi”.
Ancora più duro Roberto Scarpinato. L’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore pentastellato sostiene che, se Delmastro fosse davvero “un uomo di Stato”, consegnerebbe spontaneamente le conversazioni. “La difesa di casta autorizza il sospetto”, afferma, collegando la vicenda a quello che definisce un progressivo smantellamento degli strumenti di contrasto alla criminalità economica e alle mafie dei colletti bianchi.
Anche il Partito democratico insiste sulla necessità di lasciare lavorare la magistratura. Per il presidente dei senatori dem Francesco Boccia, “dovrebbe essere nell’interesse di Delmastro e di Fratelli d’Italia autorizzare l’utilizzo delle chat per fare piena chiarezza”. “Non vogliamo processi sommari – aggiunge – ma diciamo no alle immunità politiche. Spetta ai magistrati, non alla politica, stabilire se una chat sia rilevante ai fini di un’indagine”.
La difesa di Fdi: “Accanimento personale contro Delmastro”
Sul fronte opposto, Fratelli d’Italia continua a parlare di una vicenda gonfiata ad arte. Giovanni Donzelli respinge le accuse e parla apertamente di “accanimento personale” contro l’ex sottosegretario. “Delmastro non si è mai fatto scudo di nulla e non ha niente da nascondere. Si è rimesso serenamente alla decisione del Parlamento”, sostiene il responsabile organizzazione di FdI, ricordando che il collega non è indagato e che “non c’entra nulla la mafia”.
A difendere il lavoro della Giunta è anche il relatore Pietro Pittalis, di Forza Italia, che respinge l’accusa di aver costruito uno “scudo” parlamentare. “Ma quale salvacondotto”, replica. Secondo Pittalis la richiesta della Procura presenta un problema procedurale perché è stata trasmessa direttamente dal pubblico ministero senza il preventivo vaglio di un giudice. Inoltre, aggiunge, il fatto che Delmastro non sia indagato impone alla magistratura un onere motivazionale ancora più rigoroso prima di poter acquisire comunicazioni protette.