L’avversario più autorevole della legge italiana che sta per adottare la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, l’IHRA, è l’uomo che quella definizione l’ha scritta. Kenneth Stern, avvocato americano e oggi direttore del Bard Center for the Study of Hate, nel 2004 guidò la stesura della definizione per l’American Jewish Committee. Intervistato da Federica D’Alessio per Kritica, ha detto al Parlamento italiano quello che nessun emendamento delle opposizioni era riuscito a dire con la stessa nettezza: se uno Stato usa una definizione per stabilire cosa sia lecito dire su questioni politiche, «questo è maccartismo». Ai difensori della legge resta poco da dire.
Il testo è la proposta A.C. 2830, approvata dal Senato il 4 marzo 2026 con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astenuti. La commissione Affari costituzionali della Camera ha chiuso l’esame il 30 settembre senza cambiare una virgola, e l’Aula ha avviato la discussione generale venerdì. Il voto definitivo dovrebbe arrivare nella prima metà di ottobre, dopo la legge elettorale. L’articolo 1 adotta la definizione approvata a Bucarest il 26 maggio 2016, “ivi inclusi i relativi indicatori”: proprio la parte che il suo autore chiede di tenere lontana dalle leggi.
Nata per contare, usata per zittire
Stern dice la stessa cosa da quasi dieci anni, e la dice nelle sedi più alte che ci siano. Il 7 novembre 2017 era davanti alla commissione Giustizia della Camera dei rappresentanti di Washington per opporsi all’Antisemitism Awareness Act, che voleva usare la sua definizione nei campus.
Nel dicembre 2019, dopo l’ordine esecutivo con cui Donald Trump la applicava alle università, scrisse sul Guardian che la sua definizione non era mai stata pensata come codice contro i discorsi d’odio. Il 17 settembre 2024 ha portato le stesse obiezioni alla commissione Giustizia del Senato americano. La definizione serviva a chi raccoglie i dati, a confrontare gli episodi da un Paese all’altro e da un anno all’altro. Contare, insomma. La stessa IHRA la presenta come “non giuridicamente vincolante”, e lo riporta perfino il dossier del Servizio studi del Senato. Eppure la legge la mette alla base della Strategia nazionale, che dovrà arrivare nelle scuole e nella formazione delle forze di polizia.
Il guaio sta negli esempi. Sono undici e sette riguardano lo Stato di Israele: il conto l’ha messo nero su bianco anche il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti nella mozione del 31 marzo, con cui ha smesso di usarli e ha scelto come riferimento la Dichiarazione di Gerusalemme. Stern, nell’intervista, racconta che fine fanno quegli esempi quando finiscono in mano a chi governa.
In Germania sono serviti a bollare come antisemiti ebrei che protestavano per Gaza, e lui stesso cita il commento di chi ha trovato ironico che proprio Berlino torni a stabilire cosa significhi essere un buon ebreo. Nel Regno Unito, dice, sono stati usati contro manifestazioni che definivano Israele uno Stato di apartheid. In Australia, racconta ancora, un’associazione di operatori sanitari li applica, e un post su Gaza rischia di costare la licenza a un medico. La legge che dice di proteggere gli ebrei, a guardarla da vicino, sceglie quali ebrei proteggere.
Il rimedio che Stern boccia
Qui il discorso si fa scomodo anche per chi la legge la combatte. Il Partito democratico, che in Senato si era astenuto, ha legato il suo sì alla Camera alla sostituzione della definizione IHRA con la Dichiarazione di Gerusalemme. È il testo firmato nel 2021 da circa duecento studiosi di antisemitismo, Shoah e Medio Oriente. Stern la nomina, insieme alla definizione del progetto Nexus, e scarta l’una e l’altra nella stessa frase: nessuna di queste, dice, dovrebbe servire a uno Stato per decidere cosa si può dire in politica.
E racconta dei deputati repubblicani che a Washington la definizione la volevano ma senza l’esempio sugli ebrei accusati di aver ucciso Gesù, perché quello toccava le loro convinzioni. Per Stern è la prova che in gioco c’è la libertà di parola, e che ognuno la vorrebbe tagliata sulla misura delle proprie idee. Il problema sta nella pretesa di fissare per legge una visione ufficiale di Israele e del sionismo, qualunque sia il testo scelto. La toppa proposta dal centrosinistra lascia intatta esattamente quella pretesa.
Secondo Amnesty International, l’Italia sarebbe il primo Paese dell’Unione europea ad avere una norma del genere. Stern aggiunge la parte più amara: ogni volta che si danneggia la democrazia l’antisemitismo cresce. Intanto la caccia alle definizioni distrae da quello vero, il complottismo che a Charlottesville nel 2017 marciava gridando che gli ebrei non li avrebbero sostituiti, e che per farsi riconoscere non ha mai avuto bisogno di indicatori. L’uomo che ha scritto la definizione chiede al Parlamento di non farne una legge. A Montecitorio la maggioranza si prepara a votarla lo stesso, con la sua definizione e senza la sua opinione.