Arriva la stretta sui minori. Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che modifica le regole sull’imputabilità tra i 14 e i 18 anni: il ragazzo sarà considerato capace di intendere e di volere, salvo prova contraria. Si rovescia così l’impostazione e si sposta sul minore l’onere di dimostrare l’incapacità al momento del fatto. Carlo Nordio presenta la norma come il “tassello finale” dei provvedimenti inaugurati con il decreto Caivano.
Invertito l’onere della prova, minori punibili già a 14 anni
Secondo il Guardasigilli, l’aumento della criminalità minorile renderebbe necessario “facilitare le indagini” e superare un impianto risalente al codice Rocco. L’età minima resta fissata a 14 anni e le pene non aumentano, ma cambia il principio: il minore viene considerato imputabile fino a prova contraria. È qui che emerge la stretta autoritaria. Dopo aver moltiplicato decreti sicurezza e norme repressive, il governo ammette che la strategia non ha funzionato. Invece di interrogarsi sui fallimenti, rilancia sul diritto penale: più sospetto, più carcere, più propaganda; meno prevenzione e servizi sociali.
La protesta delle opposizioni
Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, parla di parole “gravissime” e accusa Meloni e Nordio di sostituire le politiche sociali con la repressione. Il disagio giovanile viene trattato come una questione di ordine pubblico. Nessun investimento in educatori, salute mentale e centri culturali nelle periferie; al loro posto arriva l’ennesima scorciatoia punitiva. Il governo chiama tutto questo sicurezza. Ma se, dopo il decreto Caivano e sei decreti sicurezza, la criminalità minorile continua ad aumentare, il bilancio è opposto: la destra ha prodotto più norme, non più sicurezza. E ora prova a far pagare il conto ai ragazzi, trasformando il fallimento delle proprie politiche in una presunzione di colpevolezza. “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne”, commenta Giorgia Meloni.