Milano, ora Calabresi dice sì alle primarie e spariglia le carte nel centrosinsitra. Fallito il progetto Cottarelli con Fi, Azione sposa il giornalista

Pesante il pressing sul giornalista di parte del Pd per farlo partecipare alle primarie. Lo scopo è impedire la vittoria di Majorino

Milano, ora Calabresi dice sì alle primarie e spariglia le carte nel centrosinsitra. Fallito il progetto Cottarelli con Fi, Azione sposa il giornalista

Fino a pochi giorni fa sembrava una candidatura impossibile. Non perché Mario Calabresi non fosse interessato a correre per Palazzo Marino, ma perché aveva posto al centrosinistra una condizione chiarissima: “se mi volete, devo essere il candidato unitario di tutti e, soprattutto, niente primarie”.

Adesso, invece, qualcosa è cambiato. “Sindaco di Milano? Sì, ci sto pensando. Mi piacerebbe fare la mia parte”, ha dichiarato mercoledì sera. E subito dopo ha aggiunto la frase che cambia lo scenario: “Sono in attesa di capire che tipo di percorso verrà deciso e se potrò fare la mia parte“. Tradotto: se il percorso prevede anche le primarie, Calabresi non sembra più intenzionato a escluderle a priori.

Pressing di parte del Pd e degli ex pisapiani per far perdere Majorino

Una disponibilità maturata, raccontano diversi esponenti del centrosinistra, dopo settimane di pressing. Dietro la sua possibile discesa in campo c’è un’area trasversale del Pd, insieme a una parte del mondo civico che affonda le radici nell’esperienza di Giuliano Pisapia, convinta che serva un candidato capace di allargare il consenso oltre i confini tradizionali della coalizione. Ma c’è anche un altro obiettivo, molto più politico: evitare che le future primarie consegnino quasi automaticamente la candidatura al dem Pierfrancesco Majorino, oggi considerato il favorito.

Non sorprende, quindi, che la disponibilità dell’ex direttore di Repubblica, invece di ricompattare il campo progressista, abbia riaperto tutte le tensioni rimaste finora sotto traccia.

Tramontata l’ipotesi Cottarelli con Fi, Azione punta su Calabresi

In realtà il nome di Calabresi circolava da mesi nei corridoi del Pd. Ma il tramonto definitivo dell’ipotesi Carlo Cottarelli come candidato moderato del centrodestra alleata ad Azione, Italia Viva e riformisti del Pd, ha dato nuova forza a chi immagina una sfida tutta giocata sul terreno del civismo e del voto riformista. È soprattutto Azione a spingere in questa direzione. Carlo Calenda ha definito ieri Calabresi “un ottimo candidato”, mentre il partito milanese sostiene apertamente che con lui il centrosinistra potrebbe addirittura vincere al primo turno. E aggiunge un dettaglio tutt’altro che secondario: meglio evitare primarie “divisive e polarizzanti”.

Ed è qui che la partita si complica. Perché il Pd, almeno sulla carta, ha già tre candidati pronti a sfidarsi: la vicesindaca Anna Scavuzzo, Pierfrancesco Majorino e Lorenzo Pacini. Tra tutti, il più penalizzato dall’operazione Calabresi sarebbe proprio Majorino, che da mesi lavora per costruire la propria candidatura e ora si ritrova davanti un profilo capace di intercettare il voto moderato, il mondo civico e una parte dello stesso elettorato democratico.

Inoltre da tempo anche il sindaco Giuseppe Sala è impegnato ad allargare il perimetro della coalizione per sostenere il suo candidato, l’attuale assessore al Bilancio Emmanuel Conte. Non a caso Sala aveva tentato di bruciare Calabresi mesi fa: fu lui infatti a rendere pubblico il piano segreto per portare il giornalista a Palazzo Marino, salvo poi affermare che non era convinto della scelta…

E già si pensa a far saltare le primarie

In tutto questo caos, l’unica cosa chiara è che sta prendendo quota un’ipotesi che fino a poche settimane fa sembrava impraticabile: rinunciare del tutto alle primarie e convergere direttamente su un candidato unitario (Calabresi, ça va sans dire). I sostenitori di questa strada parlano della necessità di evitare una campagna interna lacerante.

Ma il rischio politico è enorme. A Milano le primarie sono da quasi vent’anni uno dei simboli identitari del centrosinistra e cancellarle proprio nel momento in cui i pretendenti aumentano verrebbe facilmente interpretato come una decisione calata dall’alto, con il concreto rischio di alienare una parte della base.

Avs: “Basta autocandidature, serve la politica”

Fredde le altre forze del campo largo. Alleanza Verdi e Sinistra non boccia Calabresi, ma manda un messaggio chiarissimo: “È arrivato il tempo della politica e dei partiti”. Per il consigliere regionale Onorio Rosati non può essere il susseguirsi di autocandidature a decidere il futuro della città e le primarie hanno senso solo se diventano un confronto tra programmi, non una passerella di personalità.

“Il voto di Milano è un voto amministrativo, ma è anche un voto politico ed è un banco di prova anche per la futura coalizione di centrosinistra a livello nazionale, quindi – ha spiegato -, anche dentro un rapporto stretto con i livelli nazionali dei partiti che compongono il cosiddetto campo largo, penso si debba andare a definire un profilo di candidatura. Poi se si deciderà che questa candidatura comunque debba meno passare il vaglio delle primarie lo verificheremo, ma l’imprinting non può essere il fai da te. Tutti i giorni uno si alza e prende atto che c’è una candidatura in campo”.

Buffagni (5S): “Nessuna preclusione, ma serve discontinuità con Sala”

Ancora più nette le condizioni poste dal Movimento 5 Stelle. Nessuna preclusione nei confronti del giornalista, chiarisce l’ex sottosegretario Stefano Buffagni, ma serve una “forte discontinuità” rispetto all’amministrazione Sala. Sicurezza, urbanistica e periferie dovranno diventare il cuore del progetto politico. Se Calabresi rappresentasse una semplice continuità con il sindaco uscente, avverte il M5S, “è meglio non cominciare neppure”.

Schlein, la grande assente

Su tutto, comunque, colpisce la pressoché totale assenza di Elly Schlein. Mentre alleati e dirigenti discutono di candidati, primarie e alleanze, la segretaria del Pd continua a non esporsi. Secondo diversi dirigenti milanesi, la leader democratica starebbe prendendo tempo, rinviando una decisione sul metodo prima ancora che sul nome. Ma il tempo stringe. Ogni giorno che passa aumenta il numero dei pretendenti e diminuisce la possibilità di una sintesi condivisa.