Capisco che si storca il naso per il “romanaccio” della Meloni. Ma forse in un politico è più importante quel che dice che non come lo dice.
Antimo Ferri
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Gentile lettore, il contenuto può apparire più importante della forma, ma anche la forma è contenuto. Se un’ipotesi scientifica viene spiegata in modo corretto e competente, sarà più credibile di una tesi esposta in modo grossolano da un semianalfabeta. O no? Comunque, c’è modo e modo di “parlare male”. Ricorda Ciriaco De Mita, l’ex segretario della Dc? Parlava con un accento che i giornalisti liquidavano come un retaggio dialettale della nativa Avellino. La verità è che ad Avellino nessuno parlava come De Mita. Il suo era un universo linguistico personale, di sonorità sgradevole e in certi casi difficile da capire. Una volta scoppiò un caso a Bruxelles, perché una traduttrice simultanea si fermò e disse: “Non posso tradurre, non capisco. Il Signor De Mita parla un dialetto incomprensibile”. Non era dialetto, ma solo una spiacevole peculiarità individuale aggravata da una sintassi molto complessa. Infatti non derivava da ignoranza: anzi, De Mita era uomo colto, un intellettuale (“Sì, un intellettuale della Magna Grecia”, ironizzò una volta Gianni Agnelli in tv). Per Meloni è diverso perché parla con l’accento, le cadenze, le modalità di una forma periferica e incolta del dialetto romano: periferica perché, come dicevo in un’altra lettera (La Notizia 3.10.26, ndr), è propria di certe borgate romane. Torno alla domanda: lei darebbe più fiducia alla tesi di uno scienziato colto o a quella di uno che nel parlare tradisce errori e mancanza di cultura?
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