Con la nuova legge elettorale un partito senza eletti deve raccogliere 6.000 firme in ogni collegio per comparire sulla scheda, oppure trovare un parlamentare disposto a farsi prestare per qualche settimana, perché con una componente nel gruppo Misto ne bastano 1.500, un quarto. La riforma voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto il via libera definitivo alla Camera l’8 ottobre, con 227 sì e 164 no. In tre settimane ha già il suo mercato.
Il listino sta scritto nella legge stessa. Le firme salgono da 1.500 a 6.000 per chi è fuori dal Parlamento, restano a 1.500 per chi ha un gruppo o una componente e spariscono del tutto per chi un gruppo lo aveva al 31 dicembre 2025: una fotografia scattata nel passato decide chi corre gratis. E siccome il premio di maggioranza scatta al 42% e vale 70 seggi alla Camera, ogni zero virgola può diventare decisivo.
Legge elettorale, lo spauracchio delle firme
Alla Camera per una componente del Misto servono almeno tre deputati, e Sud chiama Nord di Cateno De Luca ne aveva uno, Francesco Gallo. Il 12 ottobre gli si sono affiancati Manlio Messina, uscito da FdI nel 2025, e Luca Sbardella, che di Fratelli d’Italia è addirittura il commissario regionale in Sicilia.
Al Senato basta un solo eletto, purché collegato a una lista con un titolo elettorale. Così Antonio Guidi, 81 anni, eletto con FdI ed ex ministro della Famiglia nel primo governo di Silvio Berlusconi, che a inizio legislatura era già stato prestato al gruppo dei Civici d’Italia e di Noi Moderati, ha aperto la componente Civici Marche e il 23 ottobre l’ha ribattezzata Italia Domani-Marco Rizzo, dal nome dell’ex comunista oggi sovranista. Guidi ha spiegato di averlo fatto per solidarietà.
Le amicizie, del resto, funzionano anche dall’altra parte. Il senatore Luigi Nave ha lasciato il Movimento 5 Stelle l’8 ottobre per costruire una componente utile ai socialisti di Enzo Maraio e al Progetto civico di Alessandro Onorato, e il Movimento l’ha presentata come un’operazione contro una “legge liberticida”. Nave è passato prima dalla componente di Alleanza Verdi e Sinistra, perché a Palazzo Madama chi lascia un gruppo deve iscriversi a una componente che esiste già, e solo dopo può aprirne una propria.
Il senatore Andrea Crisanti, eletto con il Partito democratico, il 21 ottobre ha lasciato il gruppo dem per regalare a Rifondazione comunista una componente, appoggiata alla lista friulana Open Sinistra Fvg. Il progetto Più Uno di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli, intanto, cerca ancora il modo in cui presentarsi.
L’arbitro scende in campo
Sotto i venti deputati, alla Camera, un gruppo nasce solo se l’Ufficio di presidenza concede la deroga. Riccardo Magi (+Europa) l’ha chiesta il 22 ottobre per sé e per Benedetto Della Vedova, Luca Pastorino, Bruno Tabacci e Aboubakar Soumahoro.
Martedì i rappresentanti della maggioranza (FdI, Forza Italia, Lega e Noi Moderati) hanno votato contro, Italia Viva e Azione erano assenti, e Magi ha accusato l’Ufficio di presidenza di aver deciso di «fare politica elettorale». Ora Magi scommette sulla Consulta, che cancellando la data del 31 dicembre 2025 estenderebbe l’esenzione anche ai gruppi nati dopo.
Il taxi di Tabacci, a dire il vero, viaggia da anni: nel 2018 il suo Centro democratico aveva evitato la raccolta firme a +Europa e nel 2022 a Luigi Di Maio. Cambiano il prezzo della corsa (le firme necessarie), quadruplicato, e soprattutto chi tiene le chiavi del parcheggio, cioè la stessa maggioranza che presta i propri parlamentari a chi le torna utile decide, alla Camera, se agli avversari spetti un gruppo.
Insomma, la legge chiede ai cittadini seimila firme e ai partiti un amico.