Tre giorni prima di lasciare l’ufficio, la procuratrice capo europea Laura Codruța Kövesi ha messo da parte il linguaggio felpato delle istituzioni: «Alcuni politici pensano di essere al di sopra della legge. Se ti convocano per una dichiarazione, devi venire». L’intervista l’ha data a Politico e nella stessa pagina Politico scrive, citando una fonte anonima interna all’indagine, che Ursula von der Leyen non ha ancora reso una dichiarazione di persona alla Procura europea (EPPO) che indaga sull’acquisto dei vaccini anti Covid.
Il fascicolo è quello del Pfizergate, nato dalla denuncia presentata a Liegi nell’aprile 2023 e avocato dai procuratori europei nel 2024, e le ipotesi su cui si lavora sono ingerenza in funzioni pubbliche, distruzione di sms, corruzione e conflitto di interessi. La Commissione, per bocca del portavoce Thomas Regnier, giura di aver collaborato “in modo dimostrabile ed esteso”. Kövesi, quando le chiedono se fra i convocati renitenti ci sia proprio von der Leyen, si ferma: nessun commento sulle singole indagini. Lo spazio fra le due versioni lo riempie da cinque anni la stessa assenza.
Gli sms che nessuno trova
La storia comincia nell’aprile 2021, quando la presidente racconta al New York Times di aver chiuso con l’amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla il contratto più grande della pandemia (fino a 1,8 miliardi di dosi) a colpi di telefonate e messaggi. Quei messaggi da allora sono evaporati. Nel 2022 la Mediatrice europea Emily O’Reilly ha accertato la cattiva amministrazione della Commissione, che al gabinetto della presidente non aveva nemmeno chiesto di cercarli; il 14 maggio 2025 il Tribunale dell’Unione europea, nella causa T-36/23, ha annullato il rifiuto opposto al giornale perché Bruxelles non aveva offerto alcuna spiegazione plausibile del perché quei documenti fossero introvabili.
Secondo il New York Times nella risposta alla sentenza la Commissione ha ammesso di non aver conservato i messaggi, lasciando intendere che siano andati persi dopo che il capo di gabinetto Björn Seibert, nell’estate del 2021, li aveva giudicati poco importanti, quando una prima richiesta di accesso era già stata depositata. Ricapitolando: la presidente sbandiera gli sms davanti a un giornale, il suo braccio destro decide che non contano, un tribunale scrive che la giustificazione non sta in piedi, e la procura, stando a Politico, aspetta ancora di sentirla.
L’europeismo a corrente alternata
In Italia il copione lo conosciamo a memoria e giustamente lo fischiamo: il ministro che diserta le aule e il governo che grida alla giustizia a orologeria. Eppure quando la stessa scena va in onda a Bruxelles chi si proclama europeista senza riserve abbassa il volume, come se pretendere conto dalla presidente della Commissione significasse fare un favore ai sovranisti.
Nel luglio 2025 la mozione di censura promossa dall’eurodeputato di estrema destra Gheorghe Piperea fu respinta con 360 voti contro 175, e il centro e la sinistra fecero bene a non consegnare la Commissione a chi sogna di smontarla. La liberale Valérie Hayer aggiunse che il sostegno a von der Leyen “non è incondizionato”. Le condizioni, quindici mesi dopo, devono essersi perse insieme agli sms.
Kövesi se ne va venerdì e dal 1° novembre tocca al tedesco Andrés Ritter. La procuratrice uscente avverte che l’EPPO rischia di morire piano, per asfissia di bilancio: la Commissione, racconta, ha proposto la metà dei fondi che servirebbero.
Chi ama davvero l’Europa dovrebbe pretendere esattamente il contrario, una procura che possa convocare chiunque e una presidente che si presenti quando la chiamano, perché un’Unione che ogni luglio pubblica il suo rapporto sullo Stato di diritto dei 27 Paesi e poi tratta i propri magistrati come seccatori consegna ai nemici dell’Europa l’argomento migliore che abbiano. A von der Leyen, per smentire la procuratrice che se ne va, basterebbe un pomeriggio.