Niente da fare per Donald Trump: anche quest’anno il suo sogno di ricevere il Premio Nobel per la Pace si è infranto davanti alla decisione del Comitato norvegese per il Nobel, che ha premiato la giurista sudafricana Navanethem “Navi” Pillay. Ironia della sorte, Pillay è stata giudice della Corte penale internazionale, l’organismo contro cui il tycoon e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sono più volte scagliati. Il riconoscimento le è stato assegnato per il suo impegno nella promozione della pace e del diritto internazionale e per aver dimostrato “eccezionale coraggio e integrità” nel perseguire i responsabili di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.
Secondo il Comitato norvegese per il Nobel, Pillay “ha ampliato in modo significativo la portata e l’impatto del diritto internazionale”. Nel motivare la scelta, il Comitato ha ricordato che ha ricoperto il ruolo di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda e la Corte penale internazionale. È stata Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani e, fino a poco tempo fa, ha presieduto la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Attualmente è giudice della Corte internazionale di giustizia nel procedimento relativo alle accuse di genocidio contro il Myanmar.
“Attraverso procedimenti giudiziari internazionali di importanza storica, ha dimostrato che le misure giuridiche possono contribuire a prevenire atti di guerra e violenza. Navi Pillay ha inoltre contribuito a rafforzare le istituzioni del diritto internazionale. La sua indipendenza, la sua competenza e la sua fermezza l’hanno resa una delle giuriste internazionali più stimate del nostro tempo”, ha sottolineato il Comitato.
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Il Comitato ha inoltre evidenziato la centralità dello Stato di diritto, sia a livello nazionale sia internazionale, quale fondamento di un sistema volto a garantire la pace e a risolvere i conflitti in modo non violento. “La pace richiede giustizia”, ha ricordato, sottolineando che un mondo privo dello Stato di diritto rischia di diventare ingiusto, sconsiderato e disumano. I giudici, custodi del confine tra ordine e caos, meritano dunque il riconoscimento della comunità internazionale.
“Tuttavia, oggi, mentre questi stessi giudici subiscono sanzioni e le loro istituzioni vengono attaccate, abbiamo bisogno di persone dotate di coraggio, lungimiranza e determinazione: qualità che Navi Pillay dimostra costantemente nel suo operato. Navi Pillay ha chiamato Stati e leader nazionali a rispondere delle proprie azioni, infondendo speranza nelle vittime di violenze e conflitti. In tutti gli incarichi ricoperti, ha sottolineato la responsabilità di individui e Stati nel rispettare lo Stato di diritto, contribuendo inoltre a definire le norme e i principi giuridici in materia.
La sua influenza è stata determinante quando il Tribunale penale internazionale per il Ruanda ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire crimini contro l’umanità e, in determinate circostanze, atti di genocidio. Nello stesso processo, il caso Akayesu, fu riconosciuto per la prima volta in una sentenza internazionale che la violenza sessuale poteva costituire un atto di genocidio. Il Comitato ha inoltre ricordato il ruolo di Pillay nel procedimento che portò a riconoscere la responsabilità per istigazione al genocidio attraverso la propaganda”.
Lo scontro con Netanyahu
Ma non è tutto. Navi Pillay, nella sua veste di presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sul territorio palestinese occupato dell’Onu, l’anno scorso è finita sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo perché aveva accusato Israele di genocidio a Gaza. In quell’occasione la stessa aveva dichiarato, scatenando l’indignazione di Netanyahu e Trump, che “la Commissione stabilisce che Israele è responsabile della commissione di un genocidio a Gaza. È evidente che sussiste l’intento di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti nella Convenzione sul genocidio”.