Marco Revelli, politologo, l’attacco di ieri di Trump è un’umiliazione per Meloni?
“Sì, un’umiliazione meritata, perché il servilismo viene corrisposto in questi termini ed è destino di chi si prosterna di fronte a chi crede il potente e ne riceve la rozza e prevedibile risposta. Meloni si era cullata nell’idea di avere l’amico americano e che la vittoria di Trump la proiettasse in un ruolo di grande mediatrice tra Ue e Usa e si è riscoperta nel rango che si merita, di comparsa servile liquidata al primo accenno di non totale obbedienza. Trump ha fatto pagare alla Meloni quello che considera uno sgarro – cioè quello che non è stato nemmeno un rifiuto delle basi perché gli è stato concesso tantissimo nell’avventura sciagurata della guerra – un piccolo scartamento rispetto ai desiderata del padrone, ed è stata rimessa al suo posto”.
Perché Meloni continua a cercare il consenso di Trump dopo le varie sberle prese?
“C’è una coazione a ripetere atti di sottomissione anche perché non ha molte alternative, Meloni si è auto-esclusa per molti versi dal contesto europeo. Diciamocelo seriamente che non è eccelso il gruppetto dei volenterosi che decide per l’Europa: è altrettanto deprecabile della linea dei cosiddetti sovranisti e degli ultraconservatori coi quali Meloni fa comunella. E comunque ha pessimi rapporti personali con Macron e con la Francia, rapporti mi pare assai limitati con Merz e la Germania. Se paragoniamo la schiena dritta di una figura come quella di Sanchez, che ha tenuto testa nobilmente alle pretese del presidente Usa, se confrontiamo le due figure abbiamo la misura della distanza abissale tra un uomo di Stato e una parvenu opportunista”.
Questo nuovo scontro sancisce il fallimento di quattro anni di politica estera del governo?
“È visibilissimo e non è un fallimento che matura al termine dell’esperienza, è la costante dell’attività di un governo che in termini numerici aveva tutte le carte in mano. Ma ha manovrato malissimo, con un’infinità di azioni simboliche e dimostrative, schierandosi con le cause peggiori, e dal punto di vista di quello che conta – al di là dell’aver tenuto i conti nell’ordine voluto da quelli che comandano – non ha fatto nulla, a partire dalla tentata riforma della giustizia, naufragata con uno schiaffo molto maggiore perché inferto da 12 milioni di elettori. Il bilancio è fallimentare ed è riflesso dalla sua immagine internazionale”.
Che conseguenze ha in termini elettorali questa rottura?
“Non lo so, effettivamente Trump ha cessato di essere un volano capace di attrarre consensi. Anzi, per certi versi è diventato un respingente invece che un fattore di attrazione. Conferma la debolezza della politica di questa leader, del suo partito, della sua maggioranza e un processo di lenta, troppo lenta rispetto ai risultati dell’azione di governo, emorragia credo che sia ormai fisiologico”.