Festa della Repubblica, Salis vuole abolire la parata e tutti gridano allo scandalo. Peccato che lo chiedano pure i vescovi

L'eurodeputata Avs Salis vuole abolire la parata militare per la Festa della Repubblica. Tutti gridano allo scandalo ma...

Festa della Repubblica, Salis vuole abolire la parata e tutti gridano allo scandalo. Peccato che lo chiedano pure i vescovi

Martedì, mentre i Fori Imperiali si riempivano di tricolori per gli ottant’anni della Repubblica, l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis ha scritto su X che la parata militare «andrebbe abolita», per ridare alla festa il suo carattere «civile, popolare e democratico». La reazione è arrivata in mezz’ora. Giorgia Meloni, senza nominarla, ha definito quelle dichiarazioni «non solo vergognose, ma anche indegne»; il capogruppo FdI alla Camera Galeazzo Bignami ha replicato con sarcasmo, il responsabile organizzazione Giovanni Donzelli ha parlato di «allergia alle divise».

Sia chiaro, Salis può piacere o no, e la proposta è rimasta isolata: nessuno a sinistra l’ha rilanciata. Solo che presentarla come l’eresia di un’eurodeputata in cerca di visibilità ignora un fatto. Chiedere un 2 giugno senza esibizione di armi è un dibattito che in Italia va avanti da decenni.

Il caso Avvenire

Sei settimane prima, il 17 aprile 2026, su Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, è uscito un appello della società civile per una festa «aperta da insegnanti, medici, lavoratori e volontari», alternativa alla «consueta parata militare con l’esposizione delle armi». Una lettera al direttore firmata da personalità diverse, difficile da liquidare come provocazione massimalista.

Il giornalista Valerio Renzi lo ha notato: la posizione di Salis «se non maggioritaria, non è di certo isolata», ed è la stessa di Avvenire. Pax Christi, movimento cattolico per la pace, chiede la smilitarizzazione del 2 giugno ogni anno: la Repubblica nata dal referendum del 1946 celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Quest’anno il tono è cresciuto: per la prima volta ha sfilato un drappello di cappellani militari, scelta che il movimento ha definito «antievangelica», in contrasto con l’appello di Papa Leone XIV a una pace «disarmata e disarmante». Il fronte parte da dentro la Chiesa.

Il fronte, poi, tiene insieme laici e cattolici. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Cei, alla vigilia ha detto all’Ansa che la presenza dei cappellani militari non andrebbe valorizzata «nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell’apparato celebrativo delle armi». E il precedente più scomodo per chi grida allo scandalo arriva dal Quirinale: nel 2012, dopo il terremoto in Emilia, una richiesta trasversale di annullare la sfilata e devolvere i fondi ai terremotati arrivò fin sul tavolo del presidente Giorgio Napolitano, che optò per una cerimonia «sobria». C’è poi un dettaglio quasi comico: tra chi oggi deride Salis qualcuno evoca Sandro Pertini come argomento d’autorità, dimenticando che durante la sua presidenza la parata, semplicemente, non si teneva.

C’è poi la storia, che smonta l’idea della parata come rito intangibile. La sfilata entra nel protocollo nel 1948. Nel 1976 salta per il terremoto in Friuli. Nel 1977, in piena austerity, il 2 giugno smette pure di essere festivo. La parata resta sospesa fino al 1982, torna ridotta nel 1983, e solo nel 2000, per volontà del presidente Carlo Azeglio Ciampi, festa e rivista tornano nella forma che conosciamo. Per quasi un quarto di secolo gli italiani hanno festeggiato la Repubblica senza carri armati ai Fori. È sopravvissuta lo stesso.

Il riarmo sullo sfondo

Resta il merito, e qui il giudizio è legittimo da entrambe le parti. Salis colloca la richiesta «in un’epoca segnata da riarmo, militarismo e guerre sempre più vicine», e i numeri le danno sponda. Secondo l’osservatorio Milex, la spesa militare diretta del 2026 sfiora i 34 miliardi, record, in crescita del 2,8% sull’anno prima e oltre il 45% sul decennio. Per i soli armamenti sono stanziati 13,1 miliardi, e la Difesa punta al 3,5% del Pil entro il 2035, traguardo concordato con la Nato. La parata costa una frazione irrisoria di tutto questo, certo. Ma la discussione, del resto, riguarda il simbolo.

A inchiodare il paradosso ci ha pensato la cerimonia stessa. Sergio Mattarella, sul Colle, ha ricordato che deve prevalere «la forza della legge e non la prepotenza della forza delle armi», richiamando l’articolo 11 e il ripudio della guerra «gravemente aggrediti». Mentre ai Fori sfilavano 5.500 militari. E l’altro vicepremier, Matteo Salvini, non c’era: «Ognuno è dove vuole», ha glissato Ignazio La Russa.

Si può pensare che abolire la parata sia un errore, che il rito serva, che le Forze Armate meritino la vetrina. È rispettabile. Regge meno il riflesso condizionato: trattare come bestemmia un’idea che porta la firma dei vescovi, ventiquattro anni di storia e l’avallo implicito del Quirinale. Diversamente, a qualcuno andrebbe spiegato che l’allergia alle divise, qui, ce l’ha pure la Cei.