Sanremo, il pagellone: dalla conduzione agli artisti in gara, promossi e bocciati dell’ultima edizione del Festival

Dalla conduzione agli artisti in gara, dagli ospiti ai brani sul podio. Ecco il pagellone dell'ultima edizione del Festival di Sanremo

Sanremo, il pagellone: dalla conduzione agli artisti in gara, promossi e bocciati dell’ultima edizione del Festival

Saranno pure canzonette, ma quelle di Sanremo da sempre plasmano l’identità di un Paese e lo rassicurano sulla sua incapacità di musicare altro che non sia sole, cuore, amore.

Un amore che spesso si strugge per Laura che non c’è e si dispera per Marco che è andato via: avrà anche ragione il Presidente Mattarella, quando afferma che la musica leggera italiana è un patrimonio culturale nazionale, mentre accoglie gli artisti di Sanremo al Quirinale, ma sono veramente pochi quegli autori che hanno dato un senso alla parola “leggerezza” senza svuotarla di significato.

Quando polemizziamo sulla pochezza dell’attuale offerta musicale italiana, dovremmo ricordaci che Mina è anche quella de Le mille bolle blu e che ancora ci interroghiamo su cosa significasse “salame dai capelli verdi rame” in bocca a quel nume tutelare di Lucio Battisti.

E sarebbe opportuno chiedere a Mogol cosa gli passasse per la mente, quando riadattò in italiano la Space Oddity di David Bowie fregandosene del senso, per trasformarla nell’ennesima canzone su un amore perduto: una versione non autorizzata neanche dal Duca Bianco, che quella traduzione l’aveva anche incisa col titolo di Ragazzo solo, ragazza sola, ma che è diventata una contestabilissima cover sanremese, più per gli intenti che per la buona performance di Francesco Renga con Giusy Ferreri.

Ecco dunque come quella canzone finisca per rappresentare lo spirito anacronistico e deludente del Festival che, dopo l’ebbrezza del 2025, figlia dell’entusiasmo e dell’edonismo ereditati da Amadeus, si è ridimensionato su un calo di pubblico più che inevitabile.

Sanremo, tra Papaveri e Papere e usato garantito

Perché Sanremo, per la tv pubblica, è una macchina da guerra di introiti televisivi, ripartiti in contratti d’esclusiva, diritti di riproduzione e spazi pubblicitari, ma che raramente vengono reinvestiti per un’edizione successiva migliore della precedente.

E sarebbe pure facile, se non si fosse deciso di trasformare, in prima serata, il pubblico dell’Ariston in tante papere antropomorfe grazie ad una dimostrazione di Intelligenza Artificiale (voto 2), descritta come “suggestione visiva” legata alla storia della musica italiana, con Papaveri e papere in sottofondo, cristallizzando l’imbarazzo di tutti per il livello dilettantesco della performance.

Invece ci si affida all’usato garantito dei soliti autori televisivi (voto 5) non allineati alla contemporaneità: ne è un esempio il modo in cui hanno scelto di raccontare la disabilità, prima col Coro Anffas e quella t-shirt che recitava “Io sono come te”, poi con la presenza degli atleti paralimpici, descritti come super-eroi, perpetrando, pur con le migliori intenzioni, il pregiudizio di chi non comprende che l’equità non è garantita dalla pretesa di essere uguali, o speciali, ma dal riconoscimento di pari dignità, pur nelle differenze; per non parlare del limite ideologico per cui la Lollobrigida fresca di medaglia d’oro, viene presentata come “super-mamma”, senza il benché minimo riferimento alla fatica, alla tecnica, all’agonismo e alla forza di chi si allena tutti i giorni.

Da Amadeus a Carlo Conti

E che dire dell’ambiguità lessicale tra “Maestro Nicole Brancale” e “Maestra Carolina Bubbico”, che dirigono vari artisti in gara, senza capire, proprio a Sanremo, che la lingua italiana è talmente musicale, che basterebbe riconoscere la cacofonia di un’espressione sull’altra per “intraprendere la diritta via”.

Un percorso accidentato, anche per la scelta di un conduttore come Carlo Conti (voto 6), che è istituzionale in Rai e istituzionalizzato dalla Rai, feticista della scaletta della serata, più colorato di Alicia Keys in tv, avvilito dall’ansia di chiudere entro mezzanotte, quando a quell’ora Amadeus si scatenava coi La Sad e gareggiava in flessioni con Rkomi: un direttore artistico che schiva le responsabilità sul caso Pucci (voto 4), dichiarando di non conoscere i contenuti della sua comicità, giustificando così ogni ironia su Telemeloni.

Nel fare ciò per cui è stato chiamato, è assolutamente impeccabile – seppur noioso – così come a Laura Pausini (voto 7) è stato chiesto di fare La Pausini e, al netto di recenti antipatie e polemiche esterne, ha portato tutta la sua confidenza di un palco che l’ha vista diventare nazionale, prima ancora che popolare, con una gratitudine assolutamente coinvolgente.

Il tallone non è d’Achille (Lauro)

Se gli ospiti, da diversi anni, sono il tallone d’Achille del Festival, quest’anno Achille Lauro (voto 8) ha rappresentato un’idiosincrasia di sistema: tanto odiato dai generalisti, quanto amato dagli alternativi, fondamentalmente per gli stessi motivi, ovvero per il suo essere sopra le righe nell’estetica, approssimativo nel canto, incendiario come autore di ballate giovanili. A Sanremo i suoi look non hanno fatto sconti, il duetto con la Pausini sulle note di 16 Marzo è stato viscerale, ma più di tutto la sua performance di Perdutamente ha fatto crollare l’Ariston. In ogni senso.

Anche Bianca Balti (voto 9), alla sua terza esperienza sanremese, la seconda consecutiva dopo quella “idealizzata” dell’anno scorso, è stata una presenza solida e carnale, con la sua storia di rinascita e nuova consapevolezza, che vivifica il senso delle seconde possibilità nella vita.

And The winner is…

Se sarà il pubblico delle piattaforme di streaming a decretarne il destino delle canzoni, tra oblio ed eternità, è anche vero che a Sanremo sono i cantanti ad esporsi: il terzo posto di Ditonellapiaga (Che fastidio!, voto 8) piace e infastidisce, perché la sua canzone travolge, spettina con un ritmo d’antan e uno scioglilingua di nefandezze tutte italiane, tra allucinazione e disagio sociale; il secondo posto di Sayf (Tu mi piaci tanto, voto 8) parla di un giovane con la maturità del veterano che, attraverso una veritiera sequela di scandali e immagini d’attualità, presenta la propria visione del mondo e della vita; la vittoria di Sal Da Vinci (Per sempre sì, voto 7) è un trionfo di classicismo e tradizione per chi canta senza risparmiare voce, note e viscere, racconta di un sentimento eterno, accompagnato da una melodia potente e riconoscibile che argina ogni dramma e risentimento, per il coronamento di un sogno d’amore.

Chiamatele ancora canzonette.