Savino contro i traditori. Il Pd vuole lo scalpo del Cav e Alfano organizza l’agguato

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Vittorio Pezzuto

Sto con Berlusconi» premette la deputata Pdl Elvira Savino, rendendosi subito conto che quella che fino a pochi mesi or sono sarebbe suonata come una banalità oggi è invece la rivendicazione di una precisa scelta di campo nel partito. «In effetti l’aspetto più doloroso di questi giorni è il dover constatare come qualcuno di noi non ritenga prioritario mettere tutto il suo impegno a difesa del presidente Berlusconi».
Governare con il Pd vi ha esposto al contagio del virus della litigiosità interna.
«Magari fossero solo litigi! Qui purtroppo non si vuole riconoscere la violenza del nostro alleato, che tradisce il presupposto del governo delle larghe intese: quello della reciproca legittimazione. Il Pd vuole eliminare il nostro leader e qualcuno di noi ritiene che questo sia tollerabile. Continuano a far a far finta di nulla nel nome della stabilità del governo, intesa come valore assoluto. Niente di più falso: al governo si sta solo se si riesce a realizzare gli impegni presi con gli elettori. E poi, guardi, quello che proprio non sopporto solo le manipolazioni della realtà».
Ad esempio?
«È vero che Berlusconi ha sempre distinto il piano giudiziario delle sue vicende personali dalla tenuta del governo. Ma non ha mai detto che avrebbe cristianamente accettato di essere assassinato politicamente dai suoi alleati. Perché un conto è la giustizia, che ha emesso una sentenza che riteniamo infamante e ingiusta; un altro è che all’azione della magistratura si aggiunga la volontà del Pd di regalare lo scalpo del nemico ai propri militanti in vista del congresso. Epifani doveva mantenere un tono neutro, dimostrare un atteggiamento responsabile, senza forzare la mano. E invece con la conferenza stampa del 2 agosto ha subito annunciato urbi et orbi che il suo partito si sarebbe battuto per la decadenza di Berlusconi dal Senato. Dando così vita, con la complicità del presidente Grasso, a un’operazione meschina che non ha esitato a forzare la prassi e il regolamento, imprimendo un’accelerazione inaudita all’iter e rifiutandosi di assecondare la nostra richiesta di un giudizio di legittimità della Consulta sulla legge Severino. E sa cos’è la cosa più grave?»
Dica.
«Che in quei giorni i nostri ministri hanno accettato e assimilato la prospettiva dell’esclusione di Berlusconi dalle istituzioni. Quando Epifani disse quelle cose, il nostro segretario Alfano avrebbe dovuto chiamare Letta e dirgli di tenere a bada il suo partito, spiegandogli a brutto muso che o rispettavano il leader di 10 milioni di italiani oppure si sarebbe dimesso subito insieme agli altri ministri del Pdl. Non doveva essere nemmeno Berlusconi a chiedergli di farlo! E invece Alfano non solo ha scelto la linea della subalternità al Pd ma ha addirittura iniziato a muoversi come un capo corrente, raccogliendo in maniera carbonara le adesioni di parlamentari (che spesso Berlusconi neanche conosce), solo per poterle esibire come trofeo di fronte alle telecamere il giorno della fiducia al governo Letta. Per non parlare del ‘cinque’ che si è scambiato in aula con il suo avversario di sempre dopo aver battuto il suo stesso leader… Non è un caso che da allora Letta si muova con un’arroganza assoluta. Poverino, sembra un superoe della Marvel».
Cosa accadrà al Consiglio nazionale?
«Ho l’impressione che, sentendosi molto deboli di fronte agli atteggiamenti netti del presidente, stiano facendo di tutto per rinviare questa riunione. Non penso però che succederà. Osservo peraltro che questi signori che ci danno degli estremisti profilano la diserzione come metodo di dibattito: ieri alla direzione nazionale e domani, forse, al consiglio nazionale. Ma in tutte le democrazie del mondo l’orientamento che un partito assume è dettato dalla sua maggioranza interna. Oppure chi non è d’accordo è già pronto ad andarsene via? E poi le dico un’ultima cosa…»
Quale?
«Vede, l’operazione del 2 ottobre sottintendeva già un accordo blindato tra Alfano, i nostri ministri e il Pd. Quel giorno Berlusconi era sotto choc. Ci chiese di non fare cazzate per evitare di compromettere l’unità del partito e perdere molti dei nostri elementi migliori. Solo che a rovinare le uova nel paniere di costoro, scompaginando giochi che sembrano ormai fatti, è stato Raffaele Fitto. Gli è stato sufficiente dire chiaro e tondo, a voce alta, che non si poteva regalare il partito ai traditori. A quel punto è cambiato tutto, a partire dalla stessa percezione della realtà del nostro presidente. Perché Fitto può fare tutto quello che gli chiede Berlusconi, ma certo non può farsi dettare le regole da uno che non riesce nemmeno a eleggere il sindaco di Agrigento».