Sanzioni ai coloni israeliani, l’Italia si sfila ancora. Intanto le merci dagli insediamenti illegali aggirano l’Europa

Sanzioni, sei Paesi vietano l'ingresso ai coloni violenti. Roma si sfila ancora. E un report svela il falso Made in Israel negli scaffali Ue

Sanzioni ai coloni israeliani, l’Italia si sfila ancora. Intanto le merci dagli insediamenti illegali aggirano l’Europa

Il 9 giugno 2026 sei capitali occidentali hanno firmato lo stesso annuncio: divieto d’ingresso per 25 coloni israeliani, quattro capi di organizzazioni e ventuno responsabili di violenze in Cisgiordania. Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia, con Parigi che ha allungato la lista fino al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La ministra britannica Yvette Cooper è andata oltre, in Parlamento: «Se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali». Dietro l’annuncio ci sono i numeri dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari: 925 posti di blocco in Cisgiordania, il dato più alto degli ultimi 20 anni, e 45 comunità palestinesi sfollate dagli attacchi dei coloni da gennaio 2023. Israele ha bollato tutto come misure “vergognose”. E l’Italia? L’Italia mancava, di nuovo.

L’indignazione a parole

Il giorno prima, l’8 giugno, la Procura di Roma aveva iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, ipotesi di tortura e sequestro di persona per l’abbordaggio della Flotilla di maggio. Lui ha risposto su X che “il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”. Antonio Tajani, da parte sua, si è indignato davanti alle commissioni Esteri e Difesa: «Parole inaccettabili che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro».

E ha rivendicato di aver chiesto all’Alta rappresentante Kaja Kallas sanzioni europee contro Ben-Gvir, dice. Solo che la cronologia racconta un governo diverso: nelle scorse settimane Italia e Germania si erano opposte in sede europea proprio alle sanzioni contro Ben-Gvir e Smotrich, e l’11 maggio Bruxelles ha potuto colpire i coloni solo dopo aver tolto dalla lista i nomi dei due ministri. Roma si ferma sempre un passo prima dell’atto, e poi si offende se la chiamano ciabatta.

Il trucco delle etichette

Intanto, mentre l’Occidente sanziona col contagocce, c’è chi le sanzioni le aggira all’ingrosso. Il 10 giugno il Global Echo Litigation Center, centro legale statunitense, ha pubblicato il rapporto “Importing Occupation”: su oltre 5.900 spedizioni di datteri, agrumi e tahina arrivate in Europa tra il 2017 e il 2026, il 17,2% veniva dagli insediamenti in Cisgiordania o dal Golan occupato. Tra quelle dirette alla sola Ue la quota sale al 19,2%: un barattolo su cinque.

Su più di 2.000 fatture doganali esaminate, il 16,7% dichiarava origine israeliana per merci dei territori occupati, incassando tariffe preferenziali per 13,1 milioni di euro. I metodi sono da manuale del falsario: indirizzi fittizi dentro Israele, partite mescolate, “Made in Israel” stampato su tutto. E quando la dogana becca il trucco, ci pensa lo Stato: dal 2005 al 2024 il governo israeliano ha rimborsato agli esportatori degli insediamenti almeno 63 milioni di euro di dazi.

Il rapporto cita la tahina del marchio Achva, fabbricata negli insediamenti e venduta in barattoli “Prodotto di Israele”, in barba alla sentenza della Corte di giustizia Ue che dal 2019 impone l’etichetta d’origine. La Corte internazionale di giustizia, nel parere del luglio 2024, ha scritto che gli Stati devono evitare i rapporti economici che sostengono l’occupazione. La Commissione europea ha proposto il 17 settembre 2025 di sospendere le disposizioni commerciali dell’accordo con Israele: i governi, Italia in testa, l’hanno lasciata in un cassetto. La Spagna ha fatto da sola, con un divieto nazionale di importazioni dagli insediamenti.

Sei Paesi chiudono la porta ai coloni, uno la chiude alle loro merci, l’Italia tiene aperte entrambe. Il disappunto verbale resta la nostra unica politica estera, mentre i datteri delle colonie stanno sugli scaffali travestiti da israeliani. Il Paese delle ciabatte, almeno, cammina.