Sgarbi, la Consulta: libertà di parola, ma non di insulto. L’immunità parlamentare non copre ogni frase dell’eletto

La Corte annulla lo scudo concesso dalla Camera a Sgarbi: niente scudo alle frasi senza un "evidente nesso" con la funzione parlamentare

Sgarbi, la Consulta: libertà di parola, ma non di insulto. L’immunità parlamentare non copre ogni frase dell’eletto

Un parlamentare non può dire tutto ciò che pensa, senza limiti, certo della protezione dell’articolo 68 della Costituzione. Anche lui deve avere dei limiti, perché un’elezione non assicura uno scudo totale contro la diffamazione e le ingiurie.

Il caso “depensante”

Lo ha ribadito ieri la Consulta, chiamata a decidere di un caso riguardante l’allora onorevole Vittorio Sgarbi. Il critico d’arte il 6 maggio 2019 in un post su Facebook definì “depensante” Alex Marini, allora consigliere provinciale trentino del M5S. La colpa di Marini era di aver osato disapprovare la nomina del critico d’arte a presidente del Mart, il Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, e in Consiglio aveva votato contro, ritenendola inopportuna. Sentendosi diffamato dall’epiteto, chiese un risarcimento.

Tuttavia la Camera, di cui Sgarbi era membro, deliberò che quelle parole erano “insindacabili”, in quanto opinioni espresse da un parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni, coperte dall’articolo 68.

La Corte costituzionale ribalta il voto della Camera

Sette anni dopo la Corte costituzionale ha ribaltato quella decisione. Con la sentenza depositata ieri, ha stabilito che “non spettava alla Camera dei deputati deliberare” che quelle dichiarazioni fossero coperte dalla prerogativa parlamentare, dando il via libera alla causa civile, pendente davanti alla Corte d’appello di Ancona. La Consulta non si è espressa nel merito, indicando chi ha ragione e chi torto, ma ha sancito che quelle parole possono essere giudicate da un tribunale ordinario.

La Corte nel dispositivo conferma che l’insindacabilità protegge “il cuore del mandato parlamentare”, che deve potersi svolgere senza condizionamenti per garantire una libera rappresentanza “non di interessi di parte o di partito, ma della Nazione”.

Protette solo le dichiarazioni che hanno un “nesso” con attività parlamentari

Per anni la Consulta ha protetto le dichiarazioni fatte fuori dalle aule solo se corrispondevano nella sostanza a un atto parlamentare già compiuto: un’interrogazione, un intervento in aula. La sentenza ora conferma, in linea con la sua giurisprudenza più recente, che la garanzia copre anche le dichiarazioni “extra moenia non connesse ad atti parlamentari”, purché abbiano un “evidente e qualificato nesso” con la funzione.

La ragione è che l’attività politica si svolge per sua natura anche fuori dalle aule, tanto più con le nuove forme della comunicazione. Sono quindi protette non solo la divulgazione di ciò che si fa in Parlamento, ma anche la critica e la denuncia politica.

Ma ci deve essere un limite

Ma per i giudici c’è un limite. Lo scudo infatti non vale per qualsiasi cosa. Una dichiarazione è coperta solo se dà un contributo al dibattito pubblico su questioni di interesse generale. E siccome il mandato è una funzione pubblica da esercitare “con disciplina e onore” (l’art. 54 Cost) deve essere “improntata al rispetto della dignità dei destinatari della critica”. La Corte precisa che questo vale “specie” per ciò che viene diffuso sui social media e sulle testate online.

Il caso Sgarbi fa scuola

Nel caso Sgarbi la Corte ha così riconosciuto che le critiche mosse da Marini riguardavano un tema “di sicuro interesse generale”: i criteri con cui una Giunta provinciale sceglie il presidente di un ente culturale pubblico. Ma la risposta di Sgarbi non stava su quel piano.

Le sue parole sono state giudicate una replica “non in grado di attingere la dimensione collettiva degli interessi in gioco, fermandosi al piano della mera difesa di un interesse personale”. Manca quindi per la corte il “nesso evidente e qualificato” con la funzione parlamentare che l’articolo 68 richiede.

Morale: che una polemica nasca da una questione politica non basta a coprire tutto ciò che il parlamentare dice per rispondere. Se la replica diventa un’offesa personale, l’articolo 68 non la protegge. Un passo avanti per limitare quell’insopportabile differenza tra cittadini ed eletti, che molto spesso hanno approfittato di scudi sacrosanti per trascendere in contumelie e insulti gratuiti. Sicuri dell’impunità.