Trovato il tesoro di Messina Denaro. Da Melillo bordate a Nordio: “Indagine possibile solo grazie a pentiti, intercettazioni e a un pm totalmente indipendente”

Ad amministrati gli oltre 200 milioni del boss Messina Denaro, un oscuro venditore di vestiti con suo figlio broker a Londra

Trovato il tesoro di Messina Denaro. Da Melillo bordate a Nordio: “Indagine possibile solo grazie a pentiti, intercettazioni e a un pm totalmente indipendente”

Duecento milioni di euro. Lingotti d’oro spostati tra Lussemburgo e Principato di Monaco. Conti ad Andorra. Società schermo. Paradisi fiscali. Broker internazionali. E poi Marbella, Malaga, Gibilterra, Cayman, Libano. La mafia del 2026 parla l’inglese finanziario, si muove sulle piattaforme globali e usa gli stessi strumenti dell’alta finanza. Ma continua a ragionare come sempre: il capo prende il 10% su ogni movimentazione di droga. Sempre.

È dentro questa quadro che la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha sequestrato ieri una fetta del tesoro di Matteo Messina Denaro: un patrimonio accumulato in decenni di narcotraffico e reinvestito ovunque, senza confini.

Il tesoro di Messina Denaro gestito da un oscuro commerciante e da suo figlio broker

L’indagine nasce quasi per caso, da una segnalazione arrivata da Andorra. Una donna di Campobello di Mazara movimenta milioni. Troppi. Dietro di lei gli investigatori trovano Giacomo Tamburello, 66 anni, ex commerciante di vestiti, vecchio narcos di provincia diventato snodo internazionale del traffico di hashish e cocaina. Uno che dagli anni Ottanta entra ed esce dal carcere senza mai smettere davvero. Uno che, secondo i magistrati, lavorava sotto la protezione diretta di Messina Denaro.

In manette finiscono anche la sua ex moglie e il figlio Luca. Una famigliola come tante, che però gestiva la fortuna del capo dei capi. Luca, l’erede, laureato in discipline bancarie e finanziarie internazionali, ha lavorato in istituti di credito come Morgan Stanley a Londra, esperienze che gli hanno consentito di stringere i rapporti con la finanza che conta.

Il sistema alimentato dalla tangente del 10% su ogni cessione di droga

Sono loro che hanno creato le decine di società finite sotto sequestro e il sistema che alimenta e fa crescere il tesoro di Messina Denaro. Il sistema era semplice e antico: tu traffichi, ti arricchisci, ma una quota va al capo. Il 10%, la tassa mafiosa, “Altrimenti li ammazza”, racconta ai magistrati il collaboratore Vincenzo Spezia.

Ma “sottrarre queste ricchezze significa continuare un processo di disarticolazione necessario per impedire la formazione di strutture in grado di proiettare su scala globale la forza intimidatrice dell’organizzazione criminale”, ha avvertito ieri il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, “è stata un’operazione di grande importanza – ha ribadito – perché non si tratta solo di individuare e sottrarre a Cosa nostra una parte importante delle ricchezze illecitamente accumulate, ma di una scelta che consente di ritardare e ostacolare il tentativo di Cosa nostra di ridarsi una organizzazione unitaria, come quella di molti anni fa”.

Da Melillo pesante atto d’accusa a Nordio su pentiti e intercettazioni

E il procuratore ha ribadito altre due evidenze inequivocabili: senza i tre collaboratori di giustizia che hanno raccontato ciò che sapevano e senza le intercettazioni, l’inchiesta di ieri non sarebbe mai esistita. Un dettaglio investigativo, ma soprattutto un’accusa politica.

“Fondamentali si sono dimostrate le dichiarazioni rese da più collaboratori di giustizia”, ha spiegato Melillo, “i quali hanno chiarito come parte del flusso di Denaro connesso ai traffici di stupefacenti fosse destinata, in modo sistematico, alle esigenze del mandamento di Castelvetrano”.

Ma il procuratore nazionale è andato oltre: “è del tutto evidente che c’è un problema che riguarda l’uso criminoso delle tecnologie rispetto alle quali le indagini fanno fatica”, ha dichiarato, “c’è bisogno di quadri normativi stabili che tengano nel massimo conto le esigenze di garanzia delle libertà fondamentali delle persone, ma anche dell’efficacia dell’azione di contrasto dei più gravi fenomeni criminali”.

Una bordata neppure troppo velata al governo e al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che da quando si è insediato non ha fatto altro che mettere freni alle intercettazioni e limitare gli strumenti digitali come i trojan, convinto della loro inutilità, perché “i mafiosi non parlano al telefono”…

Fondamentale un’intercettazione di parecchi anni fa

È stato il procuratore Maurizio de Lucia a ricordare come in questa indagine sia stata fondamentale una conversazione captata anni fa, apparentemente marginale, in cui si parlava di denaro destinato a sostenere attività legate al latitante Messina Denaro. Una frase riemersa dall’oblio e diventata tassello decisivo. L’esempio lampante del perché magistrati e investigatori continuano a ripetere che le intercettazioni non possono essere pensate “per un solo procedimento”.

Perché le mafie lavorano sul lungo periodo. Stratificano relazioni, soldi, coperture. E le indagini vere spesso si capiscono anni dopo, quando una voce, una frase, un nome tornano improvvisamente al loro posto.

“Indagine possibile solo grazie a un pm indipendente…”

L’altra bordata è stata se possibile ancora più esplicita: “Quello di oggi è un risultato straordinariamente importante, ed è l’ennesima conferma che ci sono indagini che possono svolgersi soltanto attraverso la garanzia dell’effettività dell’indipendenza del pubblico ministero, vero scudo per l’autonomia polizia giudiziaria”.

E il problema è tutto qui. Da una parte si celebrano Falcone e Borsellino, dall’altra il governo Meloni mette sistematicamente in discussione proprio il metodo Falcone: seguire i soldi, usare i collaboratori, incrociare dati, ascoltare conversazioni, costruire pazientemente relazioni criminali.

Seguito il metodo Falcone, a partire dal “follow the money”

Non a caso De Lucia ha detto chiaramente che in questa indagine hanno seguito il vecchio principio del “follow the money”, hanno seguito i soldi in giro per il mondo. Perché la mafia contemporanea non ha confini né limiti. Si nasconde nei fondi finanziari, in quote societarie, in investimenti immobiliari, negli istituti bancari esteri… È mafia liquida, globale, tecnologica. Mentre chi la combatte si ritrova a elemosinare software da inoculare nei cellulari e un paio di giorni di intercettazioni in più al politico di turno…