Prima sono comparsi i cartelli: “Carburante esaurito”. Poi sono arrivate le file. Infine, la corsa da un distributore all’altro, magari con mezzo serbatoio ancora pieno, ma con una domanda nella testa: e se domani non trovassi più benzina?
Non è una scena degli anni Settanta e non siamo davanti a un improvviso esaurimento delle scorte petrolifere italiane. Sta succedendo in queste ore nel Mezzogiorno, soprattutto in Puglia e Calabria. A Cosenza la stragrande maggioranza delle stazioni di servizio ha esaurito benzina e diesel. In Puglia, secondo Fegica, sette distributori su dieci sono rimasti senza carburante. Dei 270 impianti a marchio Eni presenti nella regione, 150 risultavano già a secco nella mattinata di giovedì 15 ottobre.
Il paradosso è che il carburante esiste. Il problema è riuscire a portarlo dove serve.
Senza benzina, tutto passa da Taranto
Per capire quello che sta accadendo bisogna seguire idealmente una goccia di gasolio fino alla pompa.
Uno degli snodi decisivi è la raffineria Eni di Taranto. Non è soltanto uno stabilimento industriale: Eni la definisce il polo logistico più importante del Sud Italia, per dimensioni e posizione. Ogni anno immette sul mercato circa 5 milioni di tonnellate di prodotti ed è collegata attraverso un oleodotto di 137 chilometri alla Val d’Agri, in Basilicata. Da qui escono benzina, gasolio, jet fuel e altri carburanti destinati a una vasta parte del Mezzogiorno.
Da lunedì, però, i lavoratori dell’ex Ilva stanno presidiando anche le strade di accesso alla raffineria, nell’ambito della protesta contro un futuro industriale e occupazionale che considerano ancora incerto. I sindacati chiedono garanzie che vadano oltre la cassa integrazione e un piano per la decarbonizzazione e il rilancio dello stabilimento siderurgico.
Il risultato è un effetto domino. Se le autobotti non escono regolarmente da Taranto, i distributori non vengono riforniti. Se alcuni impianti finiscono le scorte, gli automobilisti si riversano sugli altri. E se migliaia di persone anticipano contemporaneamente il pieno per paura di restare senza carburante, anche le scorte dei distributori ancora funzionanti si prosciugano molto più rapidamente.
La benzina, in altre parole, comincia a mancare anche perché tutti temono che possa mancare.
Perché al Sud sì e al Nord no?
È probabilmente la domanda che si fanno in queste ore molti automobilisti. Perché le immagini delle code arrivano da Bari, Taranto, Cosenza e Catanzaro e non da Milano o Torino?
Non perché il Nord possieda una riserva inesauribile di carburante. La spiegazione è, soprattutto, infrastrutturale.
Il sistema settentrionale può contare su una rete di approvvigionamento differente e fortemente interconnessa. La raffineria Eni di Sannazzaro de’ Burgondi, per esempio, si trova nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova ed è direttamente inserita nel sistema di oleodotti collegato al terminal petrolifero genovese. Eni sottolinea che proprio questa rete consente di ridurre drasticamente il trasporto dei prodotti su strada. A livello nazionale, il gruppo dispone, inoltre, di una rete di oleodotti e di 15 depositi propri per la logistica secondaria.
Taranto, invece, è proprio per la sua importanza un punto estremamente sensibile per Puglia, Basilicata e Calabria. Quando quello snodo viene rallentato, una parte consistente della distribuzione locale deve cercare rapidamente percorsi alternativi.
Non significa che il Nord sia immune da crisi analoghe. Un blocco prolungato di un’infrastruttura strategica potrebbe creare problemi ovunque, ma l’emergenza di questi giorni mostra quanto la dipendenza da uno snodo dominante possa trasformare rapidamente una vertenza industriale locale in una questione che riguarda milioni di persone.
Dalla pompa di benzina al supermercato
Le autobotti destinate ai servizi essenziali sono state autorizzate a uscire dalla raffineria, mentre a Taranto è stato necessario garantire appositamente il rifornimento degli autobus del trasporto pubblico. Anche gli aeroporti di Bari e Brindisi hanno dovuto gestire limitazioni temporanee alle forniture di carburante aviation, pur mantenendo regolare l’operatività dei voli.
Poi vengono le imprese. Un artigiano che non può utilizzare il furgone, un tassista che passa un’ora in coda per rifornirsi, un commerciante che aspetta una consegna, un camion che non parte. Confartigianato Taranto ha avvertito che per molte attività non si tratta più di un semplice disagio, ma della possibilità stessa di continuare a lavorare.
Il timore adesso raggiunge anche gli scaffali. Nel Foggiano i blocchi degli autotrasportatori hanno già creato difficoltà nelle consegne ai supermercati. Da venerdì sono, inoltre, previste nuove mobilitazioni in Calabria. Il carburante è, quindi, soltanto la parte più visibile di una catena molto più lunga: se si fermano i camion, rallentano merci, prodotti alimentari, attività produttive e servizi.
Una crisi locale dentro una crisi globale
C’è poi un ulteriore elemento che rende questa emergenza diversa da una normale interruzione logistica: arriva mentre il mercato dei carburanti è già sotto pressione.
La guerra in Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno modificato gli equilibri energetici internazionali, incidendo in particolare sul diesel. A questo si sommano le conseguenze della guerra in Ucraina e la riduzione dell’offerta russa. Il risultato si vede direttamente alla pompa.
Il 6 ottobre, proprio mentre il gasolio continuava a essere uno dei prodotti energetici più sotto pressione, in Italia è terminato anche lo sconto fiscale residuo: l’accisa sul diesel è tornata al livello ordinario, con un aggravio di circa 6,1 centesimi al litro Iva compresa. La Notizia ha seguito in questi giorni sia il ritorno dell’accisa piena sul gasolio sia il successivo tramonto delle accise mobili.
La questione energetica è ormai diventata anche geopolitica.
L’Europa discute dell’approvvigionamento russo, mentre Washington ha riaperto un canale sul diesel con Mosca, scelta che ha provocato forti critiche a Bruxelles e sulla quale la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso riserve. Anche questo confronto è stato ricostruito da La Notizia nell’analisi sull’intesa Trump-Putin sul diesel e la reazione europea.
Così una fila davanti a un distributore di Cosenza finisce per unire mondi apparentemente lontanissimi: il futuro dell’ex Ilva, una raffineria di Taranto, gli oleodotti italiani, lo Stretto di Hormuz, la guerra in Ucraina e le decisioni prese a Roma, Bruxelles, Washington e Mosca.
Quanto può durare
Nelle prossime ore i rifornimenti potrebbero gradualmente riprendere e la pressione sulle pompe potrebbe attenuarsi, ma sarebbe un errore archiviare tutto come una parentesi.
Perché quello che sta accadendo ha mostrato qualcosa che normalmente rimane invisibile finché funziona: la fragilità della logistica che tiene in movimento un territorio.