«Vergogna», gli hanno gridato i deputati dell’opposizione quando è entrato in aula. Benjamin Netanyahu è uscito poco dopo e al voto non è tornato. Il 14 luglio la Knesset ha approvato per 58 voti contro 54 la legge che sospende arresti e procedimenti penali contro i renitenti alla leva ultraortodossi fino al 30 novembre. Riguarda circa 72.000 uomini finora perseguibili, secondo le cifre del procuratore generale. L’Israel Democracy Institute rileva che il termine cade nel periodo elettorale e slitta in automatico di quattro mesi. Sei, in tutto.
Il giorno prima era passata 63 a 52 la Legge Fondamentale che iscrive lo studio della Torah fra i “valori fondanti” dello Stato. Nello stesso pacchetto la leva obbligatoria per tutti gli altri sale a 32 mesi. Si vota il 27 ottobre e i partiti haredi trattano.
Il 13 luglio il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha scritto a Netanyahu, al ministro della Difesa Israel Katz e al capo della commissione Difesa Boaz Bismuth che il testo è “chiaramente e inequivocabilmente incoerente” con i bisogni dell’esercito. È “inconcepibile”, ha aggiunto, che il sistema militare sotto il suo comando, “che chiede ai suoi un sacrificio senza precedenti”, partecipi a esenzioni di massa dalla persecuzione penale.
Insomma la necessità esistenziale, quella invocata per tenere aperto a Gaza ciò che la Commissione d’inchiesta dell’Onu ha qualificato nel 2025 come genocidio, si esenta a piacere quando servono voti. Intanto Benoit Vasseur, coordinatore di Medici Senza Frontiere nei Territori palestinesi, ha dichiarato il 14 luglio che dal 9 le sue squadre hanno soccorso quattro bambini colpiti da proiettili israeliani. Un quattordicenne colpito due volte vicino alla linea gialla, poi bambini di otto, nove e dieci anni. Il Ministero della Salute di Gaza conta 1.108 uccisi dall’ottobre 2025.
Moshe Gafni, il deputato ultraortodosso che ha promosso la legge, l’ha definita «una bussola per i valori dello Stato». E indica esattamente dove.