Altro giorno, altra bocciatura dell’Italia da parte dell’Ue per la libertà di stampa. Stavolta la notizia è che Bruxelles ha aperto una procedura d’infrazione contro il nostro Paese per il mancato recepimento della direttiva che dovrebbe proteggere giornalisti, attivisti e organizzazioni della società civile, dalle cosiddette Slapp, le querele temerarie utilizzate non per ottenere giustizia, ma per intimidire chi racconta fatti scomodi.
Formalmente, l’Italia non è sola. Insieme a Roma finiscono nel mirino della Commissione europea altri 13 Stati membri. Tuttavia quello italiano non è un semplice ritardo burocratico. Perché il mancato recepimento della direttiva si inserisce in un quadro che Bruxelles e le principali organizzazioni internazionali descrivono da tempo con crescente preoccupazione, come dimostra la serie ormai sterminata di richiami e allarmi internazionali sullo stato dell’informazione nel nostro Paese, collezionata in questi anni dal governo Meloni.
Due giorni fa l’avvertimento della vicepresidente della Commissione, Virkkunen
L’ultimo risale a solo due giorni fa, quando la vicepresidente esecutiva della Commissione europea, Henna Virkkunen, aveva ricordato come l’Italia sia ancora molto indietro nell’attuazione dell’European Media Freedom Act e come la governance della Rai continui a rappresentare “un nodo da sciogliere”. Parole arrivate mentre il governo continua a rinviare una riforma capace di sottrarre davvero il servizio pubblico al controllo della politica.
Pochi giorni prima invece era stato il rapporto del consorzio europeo Media Freedom Rapid Response (MFRR) a descrivere un quadro ancora più severo: governance della Rai non conforme agli standard europei; interferenze politiche nella nomina dei vertici; Commissione di Vigilanza bloccata per due anni; finanziamenti del servizio pubblico ridotti e crescita delle pressioni sui giornalisti. Lo stesso rapporto ricordava che l’Italia è scesa dal 49° al 56° posto nella classifica di Reporters Sans Frontières sulla libertà di stampa, mentre il V-Dem Institute ha inserito il nostro Paese tra quelli in via di “autocratizzazione”.
Comprensibile quindi come, in questo contesto, l’infrazione sulle querele temerarie decisa dalla Ue assuma un significato che va ben oltre il mancato recepimento di una direttiva. Perché le Slapp rappresentano uno degli strumenti più efficaci per scoraggiare il giornalismo d’inchiesta: richieste di risarcimento milionarie, procedimenti lunghi e costosi, spesso destinati a concludersi con un nulla di fatto, ma capaci nel frattempo di mettere sotto pressione intere redazioni.
Il termine per il recepimento della direttiva è scaduto il 7 maggio scorso
La direttiva europea chiede agli Stati di introdurre strumenti per bloccare rapidamente le azioni manifestamente infondate, prevedere tutele economiche per chi le subisce e scoraggiare chi utilizza il processo come arma di intimidazione. Misure che avrebbero dovuto essere recepite entro il 7 maggio scorso. L’Italia non l’ha fatto e ora ha due mesi per rispondere alla Commissione.
“Serve una normativa che consenta la rapida archiviazione e il risarcimento per chi subisce querele palesemente infondate”, ricorda il presidente dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli, sottolineando che proprio i cronisti sono le principali vittime delle Slapp nel nostro Paese. Sulla stessa linea la segretaria della Fnsi Alessandra Costante, che da anni chiede una legge realmente efficace contro le querele intimidatorie utilizzate “come un randello” nei confronti di chi fa informazione.
“E’ solo il primo schiaffo di Bruxelles” avvertono i 5S
Per il Movimento 5 Stelle l’apertura dell’infrazione rappresenta “solo il primo degli schiaffi” che Bruxelles sta riservando al governo Meloni sul terreno della libertà di stampa. L’ex presidente della Vigilanza Rai Barbara Floridia ricorda come il prossimo passaggio riguarderà proprio il mancato recepimento del Media Freedom Act e una riforma della governance Rai ferma da mesi per le divisioni interne alla maggioranza.
Del resto, i segnali non mancano. Dalle pressioni sulla Rai alle polemiche su Report, passando per le numerose querele promosse da esponenti del governo contro giornalisti e trasmissioni d’inchiesta, il clima che circonda l’informazione italiana continua ad alimentare le preoccupazioni degli osservatori europei. E alla fine il rischio è che ogni nuovo richiamo venga liquidato come l’ennesima polemica politica. Ma quando Commissione europea, MFRR, Reporters Sans Frontières, V-Dem Institute, Ordine dei giornalisti e Fnsi finiscono per descrivere la stessa preoccupante condizione, non è più Bruxelles a essere troppo severa. È il governo attuale (come quelli passati, a dire il vero) che continua a fare finta di non vedere.