La decisione della Corte di Cassazione di confermare in via definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione per il gioielliere Mario Roggero mette la parola fine a una vicenda drammatica, che per anni ha infiammato il dibattito pubblico italiano travolgendo i confini del diritto per farsi terreno di scontro ideologico. Davanti a fatti di cronaca così efferati, l’opinione pubblica è istintivamente portata a schierarsi emotivamente dalla parte della vittima iniziale del reato: un commerciante onesto, aggredito all’interno del proprio negozio. Lo Stato di diritto, tuttavia, esige che la giustizia non si basi sulla pancia, ma sulla rigorosa applicazione delle leggi vigenti. La sentenza della Suprema Corte, pertanto, non è solo corretta, ma rappresenta un argine fondamentale a difesa della convivenza civile.
Per comprendere la piena correttezza della sentenza, occorre sgombrare il campo dalle ricostruzioni parziali e analizzare i fatti accertati nei tre gradi di giudizio grazie alle riprese delle telecamere di videosorveglianza. Il nucleo giuridico attorno a cui ruota l’intero caso è il concetto di attualità del pericolo. L’articolo 52 del codice penale stabilisce che la legittima difesa è configurabile solo quando vi è la “necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta”. Nel caso Roggero, i giudici hanno sancito che tale attualità era del tutto venuta meno:
- La rapina era terminata: I tre malviventi avevano già abbandonato il negozio e stavano fuggendo a bordo della propria auto.
- La minaccia era cessata: Nessun pericolo imminente gravava sulla vita di Roggero, dei suoi familiari o dei clienti. I colpi non sono stati sparati all’interno del locale per sventare l’aggressione, ma in strada, nel tentativo di bloccare i fuggitivi e recuperare la refurtiva.
- La sproporzione dell’azione: Inseguire dei rapinatori ormai in fuga all’esterno dell’attività commerciale ed esplodere colpi di arma da fuoco ad altezza d’uomo costituisce un’azione punitiva, non difensiva.
Uccidere due persone (Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli) e ferire una terza in tali circostanze rientra pienamente nella fattispecie del duplice omicidio volontario e del tentato omicidio.
Molti commentatori, a mio parere errando macroscopicamente, hanno invocato la riforma della legittima difesa del 2019, sostenendo che la norma avrebbe dovuto scriminare o quantomeno attenuare drasticamente la condotta del gioielliere. Questa lettura confonde la legittima difesa domiciliare con la licenza di farsi giustizia da sé.
Anche la legge del 2019, pur introducendo presunzioni di proporzionalità all’interno del domicilio o del negozio, richiede inderogabilmente che il pericolo sia in atto. La norma esclude la punibilità per “eccesso colposo” solo se chi si difende agisce in condizioni di grave turbamento derivante da un pericolo attuale.
Nessuna legge, per quanto permissiva, può legittimare l’uso della forza letale quando l’aggressore sta fuggendo e volge le spalle alla vittima. Farlo significherebbe legalizzare la giustizia privata e l’esecuzione sommaria in strada. Il nostro ordinamento costituzionale pone il bene vita al vertice della gerarchia dei diritti tutelati. La proprietà privata e il patrimonio economico – per quanto legittimamente accumulati e difendibili – non possono mai prevalere sulla vita umana, neppure su quella di un criminale.
Consentire ai cittadini di utilizzare armi da fuoco per strada per recuperare il maltolto significherebbe trasformare le nostre città nel Far West, esponendo a pericoli mortali passanti incolpevoli e derogando al monopolio dell’uso della forza, che la Costituzione affida esclusivamente allo Stato.
La vicenda resta una tragedia immane che ha distrutto più vite, compresa quella dello stesso commerciante, oggi settantaduenne. L’empatia nei confronti di chi subisce il trauma di una rapina a mano armata è un sentimento umano comprensibile, ma la giustizia deve rimanere ferma, lucida e ancorata ai principi costituzionali.
La Cassazione, confermando la condanna di Mario Roggero, ha ribadito un confine di civiltà imprescindibile: in uno Stato democratico la difesa finisce dove inizia la fuga del colpevole. Oltre quel confine non c’è giustizia, ma solo vendetta, ed è compito della legge impedire che l’una venga scambiata per l’altra.
*Vincenzo Musacchio è professore di strategia di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark presso la Rutgers University of Newark (USA)