Alla cerimonia per la nascita del profeta, era lunedì sera nel palazzo reale di Rabat, il ministro degli Affari islamici Ahmed Toufiq ha citato davanti a Mohammed VI due dotti nati a Ceuta e ha evocato la lotta sacra per “liberare le città occupate”. Quattro giorni prima il ministro della Giustizia Abdellatif Ouahbi aveva chiesto a Madrid una commissione di dialogo sul ritorno di Ceuta e Melilla “in seno alla patria”, rivendicando un diritto storico e geografico. In mezzo alle due uscite stanno i 72 mila ingressi di fine luglio, che il governo spagnolo ha contato e che Rabat attribuisce alle bufale sui social.
Tra le righe delle due immagini c’è la destra nostrana . Il 31 luglio il governo ha sospeso la libera circolazione con la Spagna sui collegamenti aerei e marittimi, e Giorgia Meloni l’ha presentata come misura straordinaria a tutela della sicurezza nazionale, mentre Antonio Tajani aveva già scritto che regolarizzare oltre 500 mila stranieri era una scelta profondamente sbagliata che incentiva il traffico di esseri umani, tanto che Madrid ha convocato l’ambasciatore italiano.
La Lega ha parlato del “fallimento eclatante delle politiche di sinistra sull’immigrazione”. Nessuno di loro ha speso una riga sulla domanda vera, e cioè come mai una frontiera presidiata da anni si sia aperta in quarantotto ore. Il rubinetto sta a Fnideq, certo, ma la mano che lo gira sta altrove e ora si intravede.
La ricevuta del 2022
Era già successo nel maggio 2021, quando circa 8 mila persone entrarono a Ceuta in due giorni dopo che i controlli marocchini si erano allentati, per ritorsione contro il ricovero in Spagna di Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario. Quella crisi si chiuse l’anno dopo con la lettera di Pedro Sánchez a Mohammed VI, che riconosceva il piano di autonomia marocchino sul Sahara Occidentale come la base più credibile, e quasi mezzo secolo di neutralità spagnola finì lì. Sánchez pagò, e la quietanza è durata quattro anni. Poi il conto è tornato più alto, e stavolta riguarda due città spagnole invece di un territorio conteso.
I soldi vanno nella stessa identica direzione. Fra il 2021 e il 2024 l’Unione europea ha impegnato 222 milioni di euro per la gestione migratoria in Marocco, altri 190 sono previsti entro il 2027, e il 20 agosto Euronews ha scritto che dopo Ceuta Bruxelles si prepara ad aumentarli ancora. Il meccanismo è tutto qui: si subisce la pressione, si firma un assegno più grosso, si chiama partenariato.
Il biglietto di istruzioni
L’Italia sta proprio lì dove stava la Spagna nel 2021, solo che adesso il fornitore è messo peggio. Dal 1° gennaio al 17 agosto sono sbarcate 17.800 persone, il 54 per cento in meno dell’anno scorso, e la Libia resta la rotta principale: pesava per l’85 per cento degli arrivi al 5 maggio, secondo le elaborazioni di Agenzia Nova sul cruscotto del Viminale. Il memorandum firmato il 2 febbraio 2017 si rinnova da sé ogni tre anni e nessuno lo ha toccato entro la scadenza del 2 novembre 2025: vale fino al 2029.
Che la leva sia già in mano altrui l’abbiamo visto in diretta. L’8 luglio 2025, all’aeroporto di Benina, il governo di Bengasi ha dichiarato persone non grate il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il commissario europeo Magnus Brunner e i colleghi di Grecia e Malta, arrivati proprio per parlare di partenze, e li ha rispediti indietro senza farli uscire dalla pista. Un anno dopo lo stesso ministro sospendeva Schengen con Madrid per una frontiera che sta in Africa.
Il biglietto di istruzioni è stampato e leggibile: chi paga un vicino perché tenga chiusa la porta gli consegna anche la maniglia. Il giorno in cui a girare il rubinetto sarà Tripoli, o Tunisi, questi stessi signori spiegheranno che è un atto ostile e che la colpa sta fuori. Avranno perfino ragione. Peccato che il conto lo abbiano firmato loro, in contanti e con ricevuta.