La lotta alle mafie passa anche dalla confisca dei patrimoni

La lotta alle mafie passa anche dalla confisca dei patrimoni

La lotta alle mafie passa anche dalla confisca dei patrimoni

Colpire le mafie al cuore significa aggredirne i patrimoni. È un principio che abbiamo ereditato dall’intuizione formidabile di Pio La Torre e dalla lucidità investigativa di Giovanni Falcone, i quali compresero, prima di altri, che le mafie non erano semplici consorterie criminali, ma vere e proprie holding economico-finanziarie. Oggi, tuttavia, la legislazione antimafia in materia di beni confiscati si trova di fronte a una paralisi burocratica che rischia di vanificare decenni di lotte e rende ormai non più rinviabile una riforma organica e strutturale dell’intero sistema.

Il quadro attuale è segnato da criticità che mortificano l’efficacia dell’istituto della confisca e del riutilizzo sociale, introdotto dalla meritoria Legge n. 109/1996. I tempi necessari per la destinazione dei beni sono spesso incompatibili con l’esigenza di rendere visibile, sul territorio, la vittoria dello Stato. Trascorrono in media dieci anni dal sequestro all’assegnazione definitiva. In questo lungo lasso di tempo, gli immobili vengono vandalizzati o cadono in rovina, mentre le aziende confiscate — private dell’iniezione di liquidità illecita e dei metodi coercitivi che alteravano le regole del mercato — falliscono in oltre il 90% dei casi. A pagarne il prezzo sono lavoratori innocenti, mentre le mafie ricevono un pericolosissimo argomento di propaganda sociale.

«Con la mafia si lavorava, con lo Stato no»: è una frase che mi fu rivolta a Palermo, durante un convegno sul tema. È proprio per invertire questa tendenza che occorre un intervento legislativo capace non di limitarsi ai proclami, ma di incidere concretamente sulle fondamenta del sistema di gestione. Il primo pilastro di una riforma ormai improrogabile deve essere la ristrutturazione e il potenziamento dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC).

Occorre dotare l’Agenzia di personale altamente specializzato, assunto attraverso concorsi diretti e non mediante il ricorso sistematico a meccanismi di comando o distacco da altre amministrazioni. Servono giuristi, economisti d’impresa e manager in grado di amministrare patrimoni complessi fin dalle prime fasi del sequestro, garantendo continuità operativa e capacità gestionale. Occorrono specialisti, non semplicemente funzionari che, pur sacrificandosi e operando con la massima dedizione, non possono essere chiamati a colmare carenze strutturali con il solo impegno personale.

Un ulteriore intervento imprescindibile riguarda il finanziamento del recupero degli immobili. Molti Comuni, destinatari finali dei beni per finalità sociali, rinunciano all’assegnazione perché non dispongono delle risorse necessarie per la messa a norma, la ristrutturazione o la riqualificazione degli immobili. Una riforma seria dovrebbe istituire un «Fondo Rotativo di Garanzia», alimentato anche dalle disponibilità liquide confiscate alla criminalità organizzata e confluite nel Fondo Unico Giustizia (FUG), destinato a finanziare a tasso zero i progetti di recupero presentati dagli enti locali e dagli enti del Terzo settore. Lo Stato deve restituire alle comunità beni fruibili e funzionali, non ruderi problematici.

La tutela delle aziende deve rappresentare l’imperativo di una riforma realmente efficace. Il salvataggio delle imprese sottratte alla criminalità organizzata richiede uno specifico scudo normativo. È essenziale introdurre un regime fiscale agevolato e temporaneo, accompagnato da strumenti che facilitino l’accesso al credito bancario per le aziende sottoposte ad amministrazione giudiziaria. Occorre, inoltre, prevedere meccanismi che consentano alle pubbliche amministrazioni di riservare una quota dei propri appalti alle imprese confiscate che abbiano intrapreso un concreto percorso di legalizzazione, risanamento e tutela dell’occupazione.

Come vado ripetendo da tempo in ogni consesso accademico e istituzionale, le mafie sono oggi un fenomeno globale. Una legislazione esclusivamente nazionale rischia, perciò, di essere un’arma spuntata. La riforma italiana dovrebbe farsi promotrice, in sede europea, di un quadro normativo comune per il riconoscimento rapido ed efficace dei provvedimenti di sequestro e confisca negli Stati membri, impedendo che i capitali illeciti possano essere schermati attraverso il trasferimento in giurisdizioni più opache.

Il riutilizzo sociale dei beni confiscati non è soltanto una procedura amministrativa: rappresenta il risarcimento morale che lo Stato deve alle comunità oppresse dal giogo mafioso. Restituire alla collettività la villa di un boss, trasformandola in un asilo, o un terreno, destinandolo a una cooperativa agricola giovanile, significa rendere concreta e visibile la restituzione alla comunità di ciò che la criminalità aveva sottratto. È la sconfitta tangibile del potere mafioso sul territorio.

Non possiamo permettere che le inefficienze burocratiche finiscano per fare il gioco della criminalità organizzata. Se vogliamo onorare chi ha versato il proprio sangue per questo Paese, dobbiamo trasformare l’antimafia dei simboli nell’antimafia dei fatti, della responsabilità e della buona amministrazione. Lo dobbiamo alla nostra Costituzione. Lo dobbiamo al nostro futuro. Lo dobbiamo ai nostri giovani. Un governo che voglia realmente contrastare le mafie non può non partire da una riforma profonda ed efficace del sistema di gestione e riutilizzo dei beni confiscati.

Vincenzo Musacchio, professore di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies presso la Rutgers University of Newark (USA).