Pressione fiscale e crollo dei redditi. La propaganda è al capolinea

La pressione fiscale sale, il potere d’acquisto scende e l’industria arretra. I numeri Istat sul secondo trimestre del 2026 gelano il governo

Pressione fiscale e crollo dei redditi. La propaganda è al capolinea

La pressione fiscale sale, il potere d’acquisto scende e l’industria arretra. I numeri Istat sul secondo trimestre del 2026 complicano la lettura ottimistica del governo Meloni: i conti pubblici tengono, ma per famiglie e imprese il quadro resta difficile. La pressione fiscale ha raggiunto il 43,5%, mezzo punto in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Un aumento che pesa in una fase in cui il reddito disponibile delle famiglie cresce appena dello 0,4%, mentre i consumi aumentano dell’1,7%. Il risultato è un risparmio sempre più ridotto: la propensione delle famiglie si ferma al 6,7%, in calo di 1,2 punti rispetto al trimestre precedente.

Pressione fiscale e crollo dei redditi. La propaganda è al capolinea

Non è un dettaglio. Le famiglie spendono di più senza essere più ricche. L’Istat registra infatti un aumento dell’1,4% del deflatore dei consumi e una diminuzione dello 0,9% del potere d’acquisto. Tradotto: una quota crescente del reddito serve a coprire prezzi, bollette, carburanti e spese quotidiane. Non a migliorare le condizioni di vita. Il reddito disponibile, sottolinea l’Istituto di statistica, è cresciuto meno della spesa per consumi finali. Da qui la contrazione del risparmio. È il segno di una fragilità che non può essere nascosta dietro i dati sui saldi di bilancio: quando per arrivare alla fine del mese si attinge ai risparmi, la stabilità dei conti pubblici non coincide automaticamente con il benessere del Paese. E questo andrebbe ricordato al duo Meloni-Giorgetti.

Crescita debole e industria che arranca

Anche il Pil racconta una crescita troppo debole per essere celebrata. Nel secondo trimestre del 2026 l’economia italiana è cresciuta di appena lo 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% su base annua. La variazione acquisita per l’intero anno si ferma allo 0,8%. Dietro il segno positivo, però, c’è un dato che preoccupa: l’industria arretra dello 0,6%. In calo anche agricoltura, silvicoltura e pesca, che perdono lo 0,1%, mentre il risultato complessivo viene sostenuto soprattutto dai servizi, in aumento dello 0,4%. Neppure il quadro delle imprese offre segnali univoci.

La quota di profitto delle società non finanziarie scende al 42,1%, con una flessione di 0,2 punti percentuali. Il tasso di investimento sale al 26,4%, ma per ora non basta a invertire la tendenza negativa della produzione industriale né a restituire slancio a uno dei motori storici dell’economia italiana. La domanda nazionale, al netto delle scorte, ha contribuito positivamente alla crescita per 0,2 punti percentuali, grazie ai consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private. Ma la domanda estera netta ha sottratto 0,1 punti. Le importazioni sono cresciute dell’1,5% e le esportazioni dell’1%, senza evitare il segno negativo del commercio con l’estero. Manca dunque una spinta produttiva capace di rendere più solida la ripresa.

Migliora il deficit, non i salari

Sul fronte della finanza pubblica, l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche si attesta al -2% del Pil, in lieve miglioramento rispetto al -2,1% del secondo trimestre 2025. Il saldo primario è positivo al 3%, mentre il saldo corrente è al 2,9%. Sono numeri che il governo può rivendicare, ma resta una domanda: se il fisco incassa di più, perché stipendi e pensioni valgono meno? Il presidente del M5S Giuseppe Conte richiama il tema del fiscal drag, cioè il meccanismo per cui l’inflazione spinge i redditi nominali verso scaglioni fiscali più alti, aumentando il prelievo anche se il potere d’acquisto cala. Conte chiede l’indicizzazione automatica di scaglioni e aliquote all’inflazione e propone di recuperare risorse dagli extraprofitti di energia, banche e industria della difesa.

Sulle spese militari i Cinque Stelle fanno poi notare che, tornando ai 7 miliardi in più che gli italiani dovranno sborsare per la difesa solo il prossimo anno, “se li dividiamo per i 42,8 milioni di contribuenti, fanno 163,5 euro a testa: esattemene il valore medio del bollo auto abolito da Meloni come mossa elettorale per il prossimo anno: peccato che, tolto quello, gli italiani si troveranno a dover pagare un equivalente bollo carrarmato”.

Angelo Bonelli da Avs parla di un conto presentato alle famiglie: più tasse, meno risparmio e meno potere d’acquisto. Al di là delle polemiche, i dati Istat fissano un punto: mentre il governo rivendica stabilità, l’industria frena e le famiglie continuano a perdere terreno. Una crescita dello 0,2% conferma quanto l’economia sia asfittica.

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