A Roma la tassa sugli extraprofitti dei petrolieri è una bandiera del governo, a Strasburgo diventa un emendamento da affondare. Martedì il Parlamento europeo ha respinto con 347 voti contrari, 247 favorevoli e 38 astensioni l’emendamento alla relazione di Kinga Kollár sull’imposta sulle società che chiedeva alla Commissione di proporre “senza indugio” un prelievo sugli utili in eccesso delle grandi compagnie del petrolio e del gas, con il ricavato destinato a famiglie e piccole imprese. Fra i contrari ci sono i 24 eurodeputati di Fratelli d’Italia e sette di Forza Italia. I sei della Lega si sono astenuti. Ed è proprio il partito del ministro che quella tassa la chiede per lettera da sei mesi.
Extraprofitti, due lettere e un emendamento affondato
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di lettere ne ha firmate due, la prima il 3 aprile con gli omologhi di Germania, Spagna, Portogallo e Austria, indirizzata al commissario Wopke Hoekstra, e la seconda a fine agosto, con la Polonia in più, alla presidenza irlandese dell’Ecofin.
Poi ha alzato il tono fino all’auspicio da sveglia mattutina, «spero che anche il resto d’Europa si svegli», mentre la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Augusta Montaruli applaudiva la richiesta “per permetterci di arginare i prezzi della benzina”. Martedì il resto d’Europa si è svegliato con 247 voti. A rigirarsi nel letto sono rimasti i colleghi di partito di Montaruli. Il conto, del resto, è semplice: con i 31 sì di FdI e FI l’emendamento sarebbe caduto lo stesso, 278 a 316, quindi quel voto era gratis e lo hanno speso per dire no.
Il doppio fondo ha una data. Il 25 agosto una portavoce della Commissione ha ricordato che tassare gli extraprofitti è competenza degli Stati, liberi di agire con leggi nazionali, e in quelle ore, ha scritto il Corriere della Sera, nella maggioranza parlava solo il ministro dell’Ambiente.
A settembre il commissario Valdis Dombrovskis lo ha ripetuto da Dublino, così che l’alibi europeo è caduto da sei settimane e il governo che a Bruxelles invoca la tassa in Italia si guarda bene dall’introdurla. Il vicepremier Antonio Tajani la porta l’ha chiusa da sé, spiegando a fine agosto che l’extraprofitto «nel diritto non esiste» e definendola il 1° settembre, al Corriere della Sera, «una tassa da cultura comunista», dopo averla già chiamata “tassa sovietica” al Meeting di Rimini. Il Giano di Palazzo Chigi ha quattro facce. Giorgetti firma, Tajani irride, Fratelli d’Italia boccia, la Lega si astiene sul proprio ministro.
Le accise mobili e il tetto dei petrolieri
Alla pompa vale lo stesso metodo. Il 16 settembre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva garantito in conferenza stampa che «il 5 ottobre non si va a zero», perché sarebbero scattate le accise mobili, un meccanismo che lei stessa definiva «pienamente operativo», eppure il 6 ottobre il decreto mancava e il gasolio ha perso lo sconto. Operativo sulla carta.
Mercoledì, come ha scritto L’Indipendente, Meloni ha detto di avere circa 170 milioni e di chiedersi se spenderli adesso, visto che la scelta dipende anche dalla tenuta del cap, il tetto volontario ai prezzi deciso dalle compagnie. Insomma il governo affida il prezzo del gasolio alla generosità delle stesse compagnie che si è rifiutato di tassare, proprio lì dove servirebbe la mano pubblica. E quella generosità ha già un listino, visto che secondo Radio Radio il tetto di Eni sul gasolio è salito a 2,25 euro al litro, mentre Transport & Environment stima in 7,5 miliardi gli extraprofitti incassati in Europa da otto grandi compagnie nel primo semestre 2026.
Il dossier era atteso all’Ecofin di Lussemburgo, dove Giorgetti avrà potuto di nuovo pregare l’Europa di svegliarsi. I suoi alleati, a Strasburgo, le hanno appena rimboccato le coperte.