Ok da Bruxelles a 8 miliardi di prestiti Safe. Così le spese militari riarmano pure il debito

Via libera dell'Ue alla richiesta dell'Italia di accedere ai fondi Safe pe roltre 8 miliardi. La corsa al riarmo non conosce confini

Ok da Bruxelles a 8 miliardi di prestiti Safe. Così le spese militari riarmano pure il debito

Se è vero che, con la richiesta di uno scostamento di bilancio di quasi 29 miliardi di euro per energia e difesa nel prossimo biennio, il governo ha ridotto una parte delle spese militari originariamente previste – dallo 0,9 allo 0,6 per cento del Pil, circa 14 miliardi anziché i 21 ipotizzati a inizio agosto – è altrettanto vero che non ha rinunciato ad attivare altre leve per lo shopping militare. Tra queste c’è il programma Safe. La Commissione europea ha dato il via libera ai fondi destinati all’Italia: secondo la richiesta del governo, l’ammontare dovrebbe superare gli 8 miliardi di euro. Una cifra che, di fatto, equivale a quella a cui l’esecutivo ha rinunciato nello scostamento attraverso l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per energia e difesa.

Ok da Bruxelles a 8 miliardi di prestiti Safe. Così le spese militari riarmano pure il debito

Il ridimensionamento annunciato, insomma, non sembra segnare un cambio di rotta: le risorse sottratte a un capitolo possono riapparire da un altro canale. Per Bruxelles, l’approvazione del piano Safe italiano aggiornato è “molto importante”, anche in ragione del ruolo dell’industria italiana della difesa in Europa. Il messaggio è esplicito: rafforzare la produzione militare italiana e continentale è diventato un obiettivo politico dell’Unione.

Margini di manovra risicatissimi per il governo

Il governo italiano si muove lungo questa direzione, malgrado le difficoltà della finanza pubblica e l’assenza di risposte adeguate a bisogni sociali sempre più evidenti. Appena il giorno prima del via libera europeo al Safe per l’Italia, nelle audizioni di Corte dei conti, Ufficio parlamentare di bilancio e Banca d’Italia sul Dpfp, era però emerso un quadro assai meno rassicurante. I margini di manovra del governo sono ridottissimi, al di là della clausola di salvaguardia.

L’Upb ha soprattutto evidenziato i rischi per debito e disavanzo oltre il biennio considerato derivanti dalle spese militari. Una parte rilevante delle nuove spese per la difesa riguarderebbe infatti personale e programmi di investimento pluriennali, legati anche agli impegni assunti nell’ambito della Nato. Si tratta quindi di oneri destinati a proseguire dopo la scadenza della clausola, prevista nel 2028.

L’avvertimento dell’Upb

Come ha spiegato la presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, senza misure compensative il mantenimento di una spesa militare strutturalmente più elevata comporterebbe, dal 2029, maggiori disavanzi, più debito e il superamento dei limiti di crescita della spesa netta raccomandati dal Consiglio Ue. Il punto è chiaro: se, come chiede Bruxelles, il maggiore impegno per la difesa dovesse diventare permanente, il conto verrebbe pagato con tagli in altri ambiti o con nuove tasse.

Non si tratta dunque di una spesa eccezionale e temporanea, ma del rischio di un riarmo stabilmente incorporato nei conti pubblici. Sanità, scuola, welfare, trasporti e investimenti civili continuano intanto a scontare risorse insufficienti, mentre si prospetta un ulteriore vincolo sulle politiche pubbliche future.

Mancano indicazioni sulle scelte di spesa per energia e difesa

Anche la Corte dei conti rileva la mancanza di indicazioni dettagliate sulle scelte di spesa per energia e difesa, in particolare sulla quota da destinare agli investimenti. Una lacuna che rende difficile valutare la tenuta del quadro complessivo e la coerenza con le priorità dichiarate dal governo. Il Dpfp, osserva la magistratura contabile, rischia così di restare un mero aggiornamento delle previsioni di finanza pubblica, anziché un vero strumento di programmazione utile al Parlamento e al Paese.

Banca d’Italia invita infine a guardare alla qualità della spesa: le risorse per difesa ed energia possono sostenere la produttività solo se privilegiano gli investimenti rispetto alla spesa corrente e finanziano progetti con rendimenti elevati. Un richiamo significativo, visto che il governo non ha ancora chiarito in modo trasparente quali programmi intenda finanziare e con quali ricadute concrete. Finora, l’esecutivo appare più impegnato a trovare fondi per il riarmo che a spiegare come evitare che il suo costo ricada, ancora una volta, sui cittadini.