Sono il 68,6 per cento i giovani con cittadinanza non italiana che a Catania si sono fermati alla licenza media fra i 18 e i 24 anni, e contando tutti si sale al 26,5 per cento, il più alto dei quattordici capoluoghi metropolitani nei dati Istat per la Commissione periferie ripresi da Openpolis. Cifre del 2021, e servono a leggere quelle nuove, perché nel 2025l’abbandono scolastico italiano è sceso all’8,2 per cento, sotto il 9 che l’Unione europea aveva fissato per il 2030, e il governo ha intestato il risultato alle sue politiche scolastiche. Il record c’è. Poi si guarda dentro la media e si vede benissimo chi è rimasto fuori.
La media intanto capovolge la geografia europea, perché nell’elaborazione di Openpolis su dati Eurostat l’uscita precoce nelle città dell’Unione scende all’8 per cento e sale al 9,6 nelle aree rurali, mentre qui da noi vale il 9,5 in città contro il 7,3 delle aree intermedie. Il monitoraggio della Commissione europea, con i dati 2024, dava il Mezzogiorno all’11,3 per cento e le isole al 15.
Abbandono scolastico, quello che la media non dice
Sul dato nazionale pesa poi la cittadinanza, visto che fra gli studenti stranieri l’abbandono nel 2025 vale il 26,2 per centoe che nelle città metropolitane arriva al 60 per cento a Bari nei numeri di Openpolis. La risposta politica sta scritta nel codice penale, perché il decreto Caivano ha introdotto con la legge 159 del 2023 l’articolo 570-ter, che punisce con la reclusione fino a due anni chi non iscrive il figlio a scuola e fino a un anno chi ne tollera le assenze oltre i quindici giorni. E si sospende l’Assegno di inclusione. Lo Stato ha studiato il problema e ha deciso di togliere il sussidio a chi lo subisce.
Nel frattempo la rete si accorcia, perché il dimensionamento fissa un coefficiente di 938 alunni per istituzione autonoma e a gennaio 2026 la Sardegna commissariata ha perso altre nove autonomie dopo le 38 dei tre anni precedenti. Succede proprio lì dove l’abbandono, nelle isole, resta al 15 per cento. Anche i soldi che quel record lo hanno prodotto sono finiti, perché l’investimento 1.4 del Pnrr, un miliardo e mezzo e il tutoraggio di 820mila ragazzi, si è chiuso il 31 agosto, una settimana prima della campanella.
Tre cose che l’Europa ha già provato
I Paesi Bassi nel 2024 stavano al 7 per cento e ci sono arrivati contando. Dal 1994 il paese è diviso in 39 regioni Rmc, i punti regionali di segnalazione e coordinamento che tengono il registro di ogni ragazzo fino a 23 anni uscito dal sistema e hanno il compito di riportarlo dentro, mentre ogni studente ha un numero identificativo che permette a scuola, comune e servizi sociali di leggere lo stesso elenco di nomi. In Italia l’obbligo di istruzione si ferma a 16 anni e l’anagrafe serve a certificare, non a inseguire.
La Finlandia ha alzato l’asticella e ha pagato il conto, perché dal 1° agosto 2021 l’obbligo arriva a 18 anni e la secondaria superiore è gratuita, con libri, materiali e trasporto oltre i sette chilometri compresi. Il Portogallo ha scelto le persone e nei Teip, i territori educativi di intervento prioritario, tiene psicologi, assistenti sociali e mediatori nelle scuole dei quartieri più fragili, e fra il 2015 e il 2025 ha abbattuto l’abbandono di 7,4 punti, secondo Eurostat.
Un’anagrafe che chiama per nome, un obbligo più lungo pagato dallo Stato e adulti stabili nelle scuole difficili costano personale e bilancio ordinario. L’Italia intanto destina all’istruzione l’8 per cento della spesa pubblica, ultima in Europa contro il 14,3 della Svezia, come ha riportato Eunews dalla relazione della Commissione europea. Qui si è preferito il codice penale per i genitori e la calcolatrice per le autonomie. Il resto lo ha pagato Bruxelles. Lunedì riapre Bolzano e il 15 settembre tocca a Catania, dove la campanella suonerà uguale anche nei quartieri in cui più di un ragazzo su quattro ha smesso di sentirla.