Sospendiamo Schengen e intanto perdiamo i ricercatori: su 421 progetti finanziati 50 vincitori sono italiani, ma ospiteremo solo 22 grant

L'Erc premia 50 italiani, ma l'Italia ospita solo 22 progetti. Il governo intanto sospende Schengen e conta tre arresti in tredici giorni.

Sospendiamo Schengen e intanto perdiamo i ricercatori: su 421 progetti finanziati 50 vincitori sono italiani, ma ospiteremo solo 22 grant

L’Italia produce ricercatori che vincono in Europa e poi li guarda lavorare da un’altra parte. Ieri il Consiglio europeo della ricerca, l’Erc, ha assegnato gli Starting Grant per chi è a inizio carriera, 421 progetti finanziati con 705 milioni di euro e fino a 1,5 milioni a testa, e fra i vincitori si contano 50 italiani, secondi soltanto agli 84 tedeschi. Poi si guarda dove quei progetti andranno a stare, cioè in quale laboratorio quei soldi verranno spesi, e l’Italia scivola sesta, con 22 grant ospitati.

Sopra ci sono Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera e Paesi Bassi, e la sola Germania si prende circa un quinto dei progetti. Il bando è stato il più affollato di sempre, 4.807 domande, e ne è passato l’8,8 per cento. Ventuno vincitori che oggi lavorano fra Stati Uniti e Canada hanno scelto di spostare la ricerca in Europa, primo effetto visibile di Choose Europe, il programma che l’Unione ha aperto nel 2025 perché chi scappa dalla stretta americana sui fondi trovasse dove atterrare. Il continente attrae. Qui da noi si forma e si saluta.

Sospendiamo Schengen ma perdiamo ricercatori

Le ragioni stanno nei conti. L’Istat misura l’intensità italiana di ricerca e sviluppo all’1,37 per cento del Pil, in calo rispetto all’1,41 del 2021, mentre Eurostat dà l’Unione al 2,2 per cento e la Germania al 3,1. L’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, nel rapporto del 2026 conta intorno al 6 per cento di studenti stranieri sugli iscritti, quando Francia, Germania e Regno Unito viaggiano fra il 10 e il 20 per cento. Il sesto posto è un risultato contabile, e i conti li ha scritti chi governa.

A Roma si abbassava l’offerta. Con il decreto legislativo 209 del 2023 si è riscritto il regime degli impatriati, e per chi trasferisce la residenza dal 1° gennaio 2024 il reddito esentato scende dal 70 per cento al 50, mentre il 90 riservato a chi sceglieva il Mezzogiorno è sparito. Si è ridotto l’incentivo al rientro esattamente mentre l’Europa alzava il suo, e insomma la promessa di riportare a casa i cervelli nasceva già scaduta.

Il confine sbagliato

Il governo, da parte sua, l’estate l’ha passata a un altro tavolo. Dal 1° agosto l’Italia ha sospeso Schengen con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta, controlli in aeroporti e porti, e il 31 agosto ha prorogato di quindici giorni, fino al 6 settembre. Davanti al Comitato Schengen, il 13 agosto, l’Italia ha messo a verbale il bilancio dei primi tredici giorni, tre arresti e ventuno respingimenti, e ha ricordato che nel 2026 gli sbarchi sono calati del 55 per cento, circa 17mila persone. Si sospende la libera circolazione europea proprio nell’anno in cui il fenomeno che dovrebbe giustificarla si è più che dimezzato.

I numeri veri stanno altrove e in prima pagina non arrivano. Fra il 2019 e il 2024, elaborando dati Istat, l’ufficio studi della Cgia di Mestre conta poco più di 78mila laureati italiani fra i 25 e i 34 anni trasferiti all’estero e quasi 88mila coetanei stranieri, laureati anche loro, che nello stesso periodo hanno preso la residenza qui, con un saldo positivo di 9.593 unità. A tenerlo in piedi sono proprio quelli che il dibattito pubblico archivia come questione di ordine pubblico.

E lo stesso governo che sospende la libera circolazione ha firmato un decreto flussi da 497.550 ingressi fra il 2026 e il 2028, con quote costruite sui fabbisogni espressi dalle parti sociali. Sa che il paese ha bisogno di gente che arrivi. Solo che di quei posti 267mila riguardano il lavoro stagionale in agricoltura e nel turismo: la manodopera si convoca, il talento lo si lascia partire. Chi sceglie, sceglie Berlino. Il tema dell’immigrazione, quello che conta, è che l’Italia funziona da corridoio e si racconta come una meta, e ventidue ricercatori su quattrocentoventuno l’hanno già messo in cifre.