Autentiche su quadri dubbi. Sgarbi tenta la fuga dal processo. Respinta l’istanza per spostare il procedimento da Roma. La decisione sul rinvio a giudizio slitta al 30 giugno

Vittorio Sgarbi
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Doveva essere il giorno in cui decidere le sorti giudiziarie di Vittorio Sgarbi, su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio perché avrebbe autenticato alcune opere d’arte pur sapendo che fossero fasulle, e invece l’udienza si è conclusa nel più classico nulla di fatto. A far slittare tutto è stata la mossa a sorpresa delle difese dei venti imputati che hanno sollevato una questione di competenza territoriale, chiedendo il trasferimento del procedimento in altre regioni, che, dopo una lunga camera di consiglio, è stata rigettata dal giudice per l’udienza preliminare di Roma, Angela Gerardi. Con questa decisione il processo resta a Roma con l’udienza finale, in cui il gup dovrà decidere sull’eventuale rinvio a giudizio del critico d’arte, che è stata fissata per il prossimo 30 giugno.

FIRME AL BUIO. L’inchiesta è quella nata nel lontano 2012 con cui i magistrati della Capitale hanno fatto luce su una presunta associazione a delinquere composta da 21 persone tra cui proprio il noto critico d’arte. Il meccanismo, secondo gli inquirenti, era piuttosto semplice ossia il vendere opere finte, spacciate come originali, del pittore e scultore Gino De Dominicis scomparso nel 1998. Stando a quanto ricostruito dai magistrati di Roma, per raggiungere lo scopo al gruppo serviva l’autenticazione delle opere e per questo si puntava su Sgarbi. Così il parlamentare, già presidente della Fondazione Archivio Gino De Dominicis, sarebbe stato pagato da Marta Massaioli, vice presidente della stessa fondazione, al fine di tramutare un’opera falsa, quindi priva di valore, in un potenziale tesoro.

Indagando sul caso i carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio culturale hanno scovato ben 32 quadri che sono stati autenticati dal noto critico d’arte, convincendo la Procura a iscrivere sul registro degli indagati per “violazione dell’articolo 178 lettera C del codice dei beni culturali e del paesaggio” sia Sgarbi che altre venti persone tra cui figurano anche la Massaioli e diversi galleristi. Un ruolo, quello rivestito dal parlamentare, che appare piuttosto sfumato e ancora tutto da chiarire perché potrebbe non essere stato consapevole dell’imbroglio portato avanti dalla donna.

Quel che è certo è che Sgarbi ha più volte rispedito al mittente tutte le accuse, giudicandole frutto di “un’azione assurda” e di “una totale invenzione”, ribadendo che “la mia posizione è che si tratta di capolavori di De Dominicis” e che “li autentico dove e come mi pare”. Peccato che i magistrati la pensino diversamente e che questa convinzione derivi da attività di pedinamento e intercettazioni grazie alle quali è stato registrato l’incontro del 25 giugno 2014 all’hotel Carlyle a Milano tra il parlamentare e la Massaioli. Nel filmato la donna raggiunge Sgarbi con un trolley da cui estrae un faldone di certificati di autentica e li sottopone al critico d’arte. Quest’ultimo, nonostante fosse impegnato in una conversazione telefonica e senza farsi troppe domande, prende i fogli e come niente fosse appone la propria firma.

L’INCHIESTA CHOC. A dare il via all’indagine è stata la denuncia di Paola De Dominicis, cugina e unica erede del maestro, che per puro caso scopre che sul mercato circolano opere da lei giudicate apocrife. Molte di queste, secondo quanto sostiene la donna, sono finite nelle mani del collezionista milanese, Luigi Koelliker. Decisa a vederci chiaro, rivolgendosi allo studio legale Brunelli di Perugia, segnala 118 opere ai magistrati che così dispongono una perizia. A portarla a termine è la stimata professoressa Isabella Quattrocchi che, con ben poca sorpresa per gli investigatori, bolla come contraffatte una buona parte delle tele sospette.

Con il proseguo dell’inchiesta, gli inquirenti puntano il dito sulla Fondazione Gino De Dominicis scoprendo che, secondo la tesi dell’accusa, questa non era altro che una scatola vuota. A riprova di ciò, si legge nelle carte, “la sede indicata sul sito è inesistente” e “l’utenza telefonica fornita è in realtà il cellulare del marito di Marta Massaioli”. Proprio sulla donna, ritenuta il centro dell’inchiesta, si sono concentrate le attenzioni dei pubblici ministeri della Capitale che indagando hanno scoperto che la Massaioli, in realtà, era tutt’altro che sconosciuta alla giustizia italiana perché ha già precedenti specifici e anche alcune condanne.

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