Il cappio del carovita per le famiglie italiane. Tre su dieci tagliano le spese alimentari

I numeri diffusi da Istat e Banca d’Italia mostrano famiglie costrette a tagliare sul cibo e imprese che scaricano i rincari sui listini

Il cappio del carovita per le famiglie italiane. Tre su dieci tagliano le spese alimentari

Dopo il record della pressione fiscale, il calo del potere d’acquisto e la riduzione della propensione al risparmio, arrivano nuovi dati a completare la fotografia di un Paese che arranca. I numeri diffusi nelle ultime ore da Istat e Banca d’Italia mostrano famiglie costrette a tagliare anche sulle spese essenziali e imprese che si preparano a nuovi rincari da trasferire sui prezzi.

Il cappio del carovita per le famiglie italiane. Tre su dieci tagliano le spese alimentari

Nel 2025, la spesa media mensile per consumi delle famiglie si è attestata a 2.782 euro, contro i 2.755 dell’anno precedente. In valori correnti il dato appare sostanzialmente fermo, ma dietro quella stabilità si nasconde una revisione dolorosa delle abitudini di acquisto. Con il costo della vita ancora alto, gli italiani non spendono di più: scelgono cosa eliminare dal carrello, rinviano acquisti e riducono quantità o qualità dei prodotti. Quasi tre famiglie su dieci, il 29,4%, dichiarano di aver limitato la spesa per il cibo rispetto al 2024. La quota scende dal 31,1% dell’anno precedente, ma resta il segnale di una rinuncia che riguarda l’alimentazione. Per le bevande la percentuale arriva al 33,8%.

Si taglia su tutto: dal cibo ai vestiti

La voce più sacrificata continua a essere quella di abbigliamento e calzature: tra le famiglie che sostengono questa spesa, il 43,8% dice di averla ridotta. Nel Mezzogiorno si sale al 52,1%. I tagli non riguardano soltanto ciò che può essere considerato rinviabile. Nel 2025 diminuisce la quota di famiglie che afferma di non aver cambiato abitudini per sanità, cura e igiene personale. Per i servizi sanitari passa dal 78,6% del 2024 al 74,6%; per la cura della persona dal 63,3% al 61,8%. Segnali che raccontano un bilancio domestico sempre più rigido, nel quale anche le spese legate al benessere e alla prevenzione vengono ricalibrate. Lo stesso accade per carburanti e viaggi.

Le famiglie che non hanno modificato il proprio comportamento di acquisto sul carburante scendono dal 71,4% al 68,2%; per i viaggi dal 56,2% al 54,9%. Nel Nord il dato sui carburanti cala dal 76,9% al 71,8%, mentre al Centro è soprattutto la spesa per viaggi a ridursi. Non è un semplice cambio di gusti: è l’effetto di bilanci sempre più esposti a energia, trasporti e rincari quotidiani. I numeri Istat confermano poi una frattura territoriale e sociale.

Aumentano i divari

Nel Nord-est, dove la spesa media è la più elevata, una famiglia consuma il 39,3% in più rispetto a una famiglia del Sud, che si colloca all’estremo opposto. Si allarga anche la distanza legata alla cittadinanza: le famiglie composte solo da italiani spendono mediamente 2.859 euro al mese, quelle con almeno uno straniero 2.074 euro. Il divario è di 785 euro mensili, pari al 37,8%, contro i 680 euro del 2024. Se tutti i componenti sono stranieri, la spesa media scende a 1.772 euro. Le difficoltà pesano in modo particolare su chi vive solo.

Le famiglie monocomponente hanno una spesa media di 2.070 euro, ma non possono distribuire le spese fisse su più persone. Per un anziano solo con almeno 65 anni la spesa media è aumentata dell’8,4%, passando da 1.794 a 1.945 euro mensili. Abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili assorbono il 42% del budget di chi vive da solo, contro il 29,3% delle famiglie con almeno cinque componenti.

Le imprese scaricano i rincari sui listini

Su questo quadro già fragile si innesta l’allarme di Banca d’Italia. Nell’indagine presso aziende dell’industria e dei servizi, le imprese prevedono ulteriori aumenti dei prezzi di vendita nei prossimi dodici mesi, spinti dai rincari delle materie prime. La dinamica resta stabile nell’industria in senso stretto e nei servizi, più contenuta nelle costruzioni. La maggioranza delle aziende colpite dagli aumenti legati al conflitto dichiara inoltre di averli trasferiti, in parte o del tutto, sui listini.

Il dato più serio è che la frenata dei consumi non nasce da scelte prudenti. È la conseguenza di redditi che non recuperano terreno sull’inflazione e di una protezione pubblica che, finora, non ha offerto una risposta proporzionata. È il rischio di una nuova spirale: i costi aumentano, le imprese li scaricano sui prezzi e le famiglie tornano a tagliare. Dopo l’aumento della pressione fiscale, i nuovi indicatori dicono che il governo non può limitarsi a rivendicare la tenuta dei conti. La realtà è fatta di carrelli più leggeri, divari più larghi e risparmi sempre più difficili da difendere.